Facebook non parla italiano.
La gestione di Facebook, in Italia, è interamente in mano a robot, non troppo intelligenti, e a svariati ominidi americani. Tutto è automatizzato: dai messaggi di warning, alla sospensione dell’account (che scatta dopo tre warning, per la stessa presunta violazione delle condizioni d’uso). Il ruolo umano, in questo processo, è limitatissimo. Quasi nullo. Un po’ come avviene dalle parti di Google, quelli di Facebook hanno messo on-line una FAQ e una guida, e delegano a questi strumenti la risoluzione di buona parte delle rogne. Si può scrivere, ovvio, ricavandone, il più delle volte, una risposta copia-e-incolla. Quando si decide di farlo, cari italiani, fatelo in inglese. Scontato, no? Ho fatto una prova, e ho inviato una mail in italiano. La risposta che se ne ricava è questa:
“It appears that your language is currently unsupported. Unfortunately, at this time Facebook only provides customer support in English, French, German, Spanish, and Turkish. Please respond to this email with a translation of your question in one of our supported languages, and we’ll respond as soon as possible”.
Mi chiedo, a questo punto, come facciano a “vigilare” sui contenuti flaggati dagli utenti (foto e testi), in quanto osceni/violenti/insultanti. Ovvio che si affidino in toto ai robot. Ovvio che spariscano profili di personalità pubbliche. E che le foto da Gaza vengano rimosse (provocando la solita scontata ondata delirante di proteste del popolo anti-censura).Verrebbe quasi da dar ragione al senatore Gianpiero D’Alia e al suo emendamento, approvato lo scorso 5 febbraio. Almeno, dalle parti di Facebook, inizierebbero a prendere seriamente in considerazione la possibilità di non trattarci come una sorta di “colonia” minore. Cito Vittorio Zambardino:
“Ma forse Facebook farebbe bene a dotarsi al più presto di un ufficio di rappresentanza localizzato in Italia, con personale italiano, e non invece soltanto di una rete di raccolta pubblicitaria. Quasi 5 milioni di utenti di questo paese se lo meritano. E non volerlo fare ha un vago sapore colonialista, non molto gradevole”.
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