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Africa, Ban Ki-Moon chiede di rispettare i diritti dei gay.
A pochi giorni dal primo anniversario della morte di David Kato, l’attivista gay barbaramente ucciso in Uganda, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, lancia un monito ai Paesi africani, in difesa dei diritti delle persone omosessuali. Lo fa parlando ad Addis Abeba, durante il 18° summit dell’Unione africana, di fronte ai capi di stato e di governo di Paesi in cui i gay non solo non vengono tutelati, ma possono anche essere uccisi. Nella stragrande maggioranza degli Stati, l’omosessualità è un reato, e le persone Glbt rischiano il carcere. Le violenze (oltre alle discriminazioni) sono spesso incoraggiate dalla stampa locale ma anche dai leader politici. Le eccezioni sono poche: una di queste è rappresentata dal Sud Africa (quando, qualche giorno fa, il re degli Zulu ha insultato i gay, è stato ripreso dal presidente sudafricano, che ne ha preso le distanze).
La discriminazione sulla base dell’identità sessuale “è stata ignorata o perfino approvata da numerosi Stati per troppo tempo”, ha sottolineato oggi il numero uno dell’Onu. “Questo ha spinto i governi a trattare le persone come cittadini di seconda classe, o perfino come criminali. Combattere queste discriminazioni è una sfida, ma non dobbiamo abbandonare le idee della Dichiarazione universale dei diritti umani”. Per Ban Ki Moon, “il futuro dell’Africa dipende anche dall’investimento nei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali”. Oltre alle Nazioni Unite, anche gli Stati Uniti (nella persona del segretario di Stato, Hillary Clinton), Francia e Regno Unito, hanno più volte esercitato pressione sugli Stati africani che discriminano le persone gay, minacciandoli anche di far interrompere il flusso di aiuti occidentali, nell’ipotesi in cui l’omosessualità non dovesse essere depenalizzata.
E’ ancora vivo il ricordo della morte dell’attivista David Kato, ammazzato il 26 gennaio dello scorso anno all’età di 47 anni, presso la sua abitazione, dopo una campagna di odio che, in Uganda, continua ad essere alimentata ai predicatori evangelici nelle piazze delle periferie causando una versa e propria caccia agli omosessuali. Ancora oggi è in piedi una proposta di legge che chiede la pena di morte per i gay. Nell’ottobre del 2010, la rivista scandalistica Rolling Stone pubblicò le foto di 100 attivisti gay, con la richiesta di arresto e impiccagione. Tra questi c’era pure Kato, che venne poi assassinato nella sua abitazione a colpi di spranga. Messaggi di cordoglio per la sua morte arrivarono dall’Unione Europea, dal Dipartimento di Stato Usa, e varie associazioni tornarono a sollecitare la comunità internazionale ad esercitare pressioni sugli Stati africani.
Una nuova campagna è partita in questi giorni, ad opera del gruppo Everyone, per impedire che un giovane africano sia deportato da San Diego alla Nigeria. Becley Aigbuza, 28 anni, era fuggito in America dopo essere stato torturato e stuprato nel suo paese d’origine. Lo scorso anno aveva inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di cittadinanza americana, ma ora è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome. “Nel 2008 – raccontano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, che seguono il caso – in un viaggio in Nigeria per fare visita alla zia paterna, scoperta la sua relazione con un ragazzo del posto, è stato da questa denunciato alle autorità di Benin City e prelevato da casa dalla polizia. Portato in una caserma, Becley è stato dapprima picchiato a sangue da alcuni detenuti, dopo che questi erano stati informati dai poliziotti della sua omosessualità, e successivamente torturato con dell’acido da tre agenti, che lo hanno sodomizzato a turno, per ore, usando una bottiglia di birra. Il giovane gay si è risvegliato in ospedale, con gravi ferite ed ecchimosi su tutto il corpo, una mano rotta e un testicolo mutilato”. Becley è riuscito a fuggire dall’ospedale e, grazie all’aiuto di un parroco che gli ha procurato un nuovo passaporto, a imbarcarsi di nuovo in un volo per San Diego, dove dall’età di undici anni viveva con il padre. “Mio padre e tutti i miei familiari in Nigeria – ha raccontato Becley agli attivisti del Gruppo EveryOne – hanno giurato di uccidermi, ‘per pulire l’abominio e la vergogna che ho portato in famiglia col mio essere gay’”. In queste ore, riferisce l’associazione, stanno arrivando da tutto il mondo centinaia di richieste di sospensione della deportazione: saranno tutte girate al presidente Obama.
Un messaggio importante, quello di Ban Ki Moon, come rileva Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, che dovrebbe essere “recepito” anche dall’Italia: “Ricordiamo che anche nel nostro Paese i gay sono discriminati. Certo, a differenza dell’Africa, da noi non ci sono leggi che condannano l’omosessualità, ma il nostro Paese non attua nessuna politica attiva contro le discriminazioni. E per questo, pur essendo tra i Paesi fondatori dell’Unione Europea, siamo visti come fanalino di coda per i diritti civili. Basti pensare che l’amministrazione Obama è da tempo in prima fila per difendere i diritti dei gay, che sono stati recentemente definiti diritti umani. Dal punto di vista diplomatico è stato molto importante”. L’Italia, per Mancuso, “dovrebbe esercitare il suo ruolo nelle Nazioni Unite e in Europa, perché si tutelino le persone omosessuali in tutto il mondo. Qualcosa è stato fatto: grazie al governo Prodi, è stato, infatti, introdotto l’asilo per ragioni umanitarie per le persone omosessuali. Io personalmente ho seguito molti ragazzi africani, fuggiti in Italia, che hanno richiesto e ottenuto questo status”. Un plauso a Ban Ki Moon arriva da Paolo Patané, presidente nazionale di Arcigay: “Parole, quelle del segretario, coerenti con un rinnovato impegno, a livello internazionale, nella lotta ai crimini d’odio nei confronti delle persone omosessuali e transessuali, da parte di Onu, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia”. “E l’Italia dov’è? – si chiede polemicamente Patané – a quale comunità internazionale partecipa? A quella che vuole cambiare e migliorare il mondo o a quella che vuole continuare ad assistere silenziosamente ai massacri di persone lgbt in Africa, e non solo, per non imbarazzarsi del nulla normativo nazionale?”. L’Arcigay lancia anche un appello al presidente del consiglio, Monti: “Vorremmo che su questo il governo riflettesse. In Africa le persone omosessuali e transessuali muoiono per assenza di diritti, ma in Italia certamente non vivono da cittadini. Esiste per noi in questo Paese un diritto all’esistenza con vere pari possibilità? Arcigay chiede che l’Italia torni grande in Europa, anche con i diritti, impegnandosi ad una svolta positiva per l’approvazione della Direttiva orizzontale in materia di parità”.
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Giornata della memoria, a Como il convegno dei negazionisti.

Un incontro per negare la Shoah. Nel giorno della memoria, che viene definito “pesce d’aprile ebraico” un gruppo di neofascisti si è dato appuntamento a Como, per un convegno negazionista. Nelle ultime ore, il tam tam si sta diffondendo su Facebook e sui blog negazionisti italiani, oltre che sui forum neonazisti. Annunciata la presentazione, per la prima volta, un documentario, che, a breve, sarà fatto circolare sul web. “Wissen macht frei”, il titolo, in tedesco (“la conoscenza rende liberi”), che si richiama alla scritta”Arbeit macht frei” collocata sull’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz. Tra gli organizzatori dell’incontro, secondo quanto reso noto dagli stessi, ci sono Forza Nuova Lario e l’associazione culturale Quattrocentodieci. Tra di loro figurano anche neofascisti che animano il forum Stormfront. L’onorevole del Pd Emanuele Fiano ha chiesto in serata l’intervento del prefetto di Como.
“Forza Nuova Lario e l’Associazione Culturale Quattrocentodieci sono liete di comunicare che il giorno 27 gennaio nei locali di via Napoleona, 1 – Como, a partire dalle ore 21:30, si terrà una conferenza sul Revisionismo Olocaustico”, è l’incipit l’invito, partito anche via e-mail. E proprio in via Napoleona, secondo le informazioni reperibili sul sito ufficiale di Forza Nuova Lario, si trova la sede del movimento di estrema destra. All’incontro interverranno anche due relatori, di cui, però, non viene reso noto il nome. “Per ragioni di sicurezza e considerata la costante presenza nel web di ‘agenti dell’Hasbarà e ‘Sayanim’ – viene spiegato – i nomi dei due relatori non verranno divulgati”. L’ingresso non sarà aperto a tutti: “Solo le persone conosciute o invitate potranno prendervi parte: non abbiamo intenzione di trasformarci nei “capri espiatori” dell’odio e non abbiamo alcuna vocazione a divenire gli “agnelli sacrificali” di un certo tipo di ‘stampa democratica’”. Ulteriori informazioni si ricevono contattando un indirizzo e-mail, pubblicato in calce all’invito.
Secondo quanto è trapelato in queste ore, il documentario “Wissen macht frei” è costato un anno di lavoro, da parte dei neofascisti, che hanno raccolto le testimonianzedei principali negazionisti, Faurisson in testa. In alcuni casi, hanno anche provveduto a sottotitolarli. E’ il primo passo per poter divulgare le folli tesi di quanti negano la Shoah, contestando le verità della Storia. “Il documentario che verrà proiettato è da considerarsi ancora una versione ‘in via di sviluppò – hanno fatto sapere gli organizzatori in un commento pubblicato su un blog negazionista – pertanto potrebbe subire delle modifiche seppur piccole e relative alla forma più che ai contenuti. Appena terminato verrà messo a disposizione”. Si pensa già a pubblicarne una prima versione su Youtube. “Per adesso non è in rete – viene fatto sapere – l’ha fatto uno dei due relatori. Al momento ne esistono solo due copie. In attesa di metterlo in un sito amico faremo un po’ di copie per chi è interessato”.
Intanto, sul Forum Stormfront, un apposito thread, aperto dall’utente “biomirko”, invita i simpatizzanti neonazisti a presentarsi in via Napoleona. Messaggio che viene accolto da commenti di approvazione e insulti alla Giornata della memoria. “E pensare che per quella data, a noi a scuola faranno una conferenza di tutt’altro tipo”, scrive ad esempio “Glemselens”. Gli dà ragione “Evoliano”: “Il giorno in questione solo iniziative che riguardano il presunto olocausto con le solite storielle montate ad arte e il solito bombardamento mediatico”. A chi li invita a fare attenzione ad eventuali contestazioni, “biomirko” risponde che i presenti saranno protetti da un forzanovista. I militanti di estrema destra sono convinti di poter agire indisturbati: “Non ci sarà alcun gruppo di disturbo – scrivono – A Como si cagano addosso, non rischiano di farsi spaccare in quattro la capoccia per impedire una conferenza non pubblica. Sanno bene fin dove si possono spingere e quando. E quel ‘quando’ non sarà stasera”.
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Giornata della memoria, parlano i testimoni: “Continueremo a raccontare”.
Pietro, Giuseppe, Andra e Tatiana, Sami, Sabatino, Michele. Sono seduti, nel salone dei Corazzieri, insieme agli alunni delle scuole, provenienti da tutta Italia, che hanno partecipato al concorso “I giovani ricordano la Shoah”. Alcuni ragazzi li riconoscono e li salutano, perché li hanno sentiti parlare nelle visite nei campi di sterminio. Sono loro la voce della Shoah, gli ultimi testimoni a poter raccontare ciò che hanno visto negli anni dell’orrore.
La giornata della Memoria, per loro, non si celebra solo oggi, ma viene vissuta ogni singolo giorno. Nei viaggi della memoria, negli incontri nelle scuole, nelle interviste. Migliaia di studenti incontrati, ogni mese, per trasmettere loro il testimone di cosa abbia significato il piano di sterminio dei nazisti. Ascoltano il presidente della Repubblica 1, Giorgio Napolitano, e alla fine diranno tutti di aver apprezzato il suo discorso. Alcuni sono rimasti colpiti dalla sua commozione, quando ha ricordato la sua visita ad Auschwitz, con Giovanni Spadolini. Già oggi pomeriggio, alcuni di loro partiranno per prendere parte ad altre visite nelle scuole.
Pietro Terracina, 83 anni, deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, all’età di 15 anni insieme alla famiglia, racconta del suo “tour de force” tra i giovani: “Non mi fermo mai, giro tutta l’Italia per vedere gli studenti, e la cosa mi rende felice. Per i ragazzi, sentirci parlare, ha un impatto notevole, e li aiuta a capire cosa sono stati quegli anni. Dopo i viaggi nei campi di sterminio, gli studenti sono cambiati, più maturi”. Con loro rimane in contatto attraverso l’e-mail e persino Facebook: “Ma purtroppo non riesco a rispondere a tutti – dice Pietro, quasi a volersi scusare – Mi piace continuare a parlare con questi giovani”.
Giuseppe di Porto, classe 1923, venne arrestato dai fascisti durante i rastrellamenti nella zona della sinagoga di Genova. E’ riuscito a sopravvivere ad Auschwitz. Là, per i nazisti, aveva cessato di essere Giuseppe ed era diventato una matricola: 167988. “Ho vissuto due deportazioni – racconta oggi – Quella mia e quella di mia moglie. Lei, però, non me ne ha mai voluto parlare”. E, invece, Giuseppe parla, ricorda. Si è sposato con Marisa dopo essere stato liberato. “Mi piace stare tra i giovani – dice – cercare di far capire loro questa Storia, anche se a volte ho l’impressione che non ci sia abbastanza tempo”. Per questo partecipa agli incontri nelle scuole. “Una volta, una professoressa, al termine del mio discorso, mi definì professore. Allora le dissi che io avevo soltanto la quinta elementare. Mi disse che parlavo meglio di un professore”.
Andra e Tatiana Bucci, 72 e 74 anni, sono due sorelle di Fiume, deportate all’età di 4 e 7 anni nel Kinderblock di Auschwitz. La loro è una delle pochissime storie di bimbe sopravvissute. Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah, le chiama sempre “le bambine”. Ogni volta che parlano del loro cuginetto Sergio de Simone – deportato con loro, fu usato come una cavia dal dottor Josef Mengele, prima di venire impiccato – si commuovono. Ascoltano il presidente, in silenzio, e apprezzano le sue parole. Accanto a loro c’è Sabatino Finzi. Viveva a Roma, nel Ghetto, e il 16 ottobre del 1943 venne spedito con la famiglia ad Auschwitz. E’ stato l’unico della famiglia a salvarsi. “Io sono stato l’unico a farcela e oggi provo tanta nostalgia per tutte le persone che non ci sono più”, dice. Ha solo un timore, ovvero che passata la giornata della Memoria, “si dimentichi tutto”.
Prima di Napolitano, aveva parlato il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo. Quando lascia la sala, si ferma a salutare Sami Modiano, 81 anni. Si abbracciano. Sono stati, pochi giorni fa, insieme a 150 studenti ad Auschwitz. Ebreo italiano, Sami viveva sull’Isola di Rodi, da dove fu deportato ad Auschwitz all’età di 13 anni e mezzo. Oggi è con la moglie, Selma Doumalar, che lo segue in tutti i viaggi. Vivono ad Ostia, anche se a casa stanno poco: “Non saprei neanche dire quanti viaggi abbiamo fatto e continuiamo a fare. Ad Auschwitz siamo stati, solo l’anno scorso, quattro o cinque volte. Ma giriamo anche per l’Italia”. La loro è una missione, ne è convinto Sami, che “arriva dall’alto”: “Il Padreterno ci ha resi missionari, per tramandare alle nuove generazioni quello che abbiamo vissuto”. “Napolitano ha tenuto un discorso che ci onora – commenta – e anche le parole del Ministro e l’annuncio della firma del protocollo di intesa con l’Ucei sono un segnale importante, speriamo che si continui così”.
Alcuni insegnanti, prima di lasciare la sala, si fermano a salutare i testimoni. Tra di loro c’è anche Michele Montagano, classe 1921, internato militare nei campi nazisti e nello straflager KZ di Unterlüss. “Mi sono salvato perché la guerra stava per finire e, quindi, invece che spararmi, mi condannarono al carcere a vita”, racconta. “Sono stato in sette campi diversi, e oggi era importante esserci, come ogni anno. Non sono mai mancato alla cerimonia con il presidente. Il suo discorso e quello dei Renzo Gattegna, presidente dell’Ucei, è stato bello”, dice. Qualcuno pensa già al prossimo viaggio. “Con la Provincia di Roma andremo ad Auschwitz, ad aprile”, racconta Terracina. Il lavoro sulla memoria non conosce soste.
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Giornata della memoria, gli stermini dimenticati.
Aktion T4, Porrajmos e Omocausto. Hanno un nome, quelli che in molti definiscono gli Olocausti dimenticati. Disabili, rom e omosessuali sterminati durante gli anni del nazismo, grazie anche al ruolo svolto dai regimi fascisti collaborazionisti.
Spesso non hanno più un volto e una voce, perché furono in pochi a sopravvivere ai folli piani di sterminio messi in atto da Hitler e a poter, quindi, trasmettere quella Memoria, fondamentale per tramandare le atrocità commesse dall’uomo. Anche la matematica dell’orrore, quella che dovrebbe documentare e far comprendere nella sua brutalità numerica, con le cifre delle persone morte, la portata di questo sterminio, deve fare i conti con documenti fatti sparire o con (è il caso dei rom) l’assenza di una tradizione scritta. Oppure, come avviene per i gay, con la negazione della loro omosessualità, anche dopo la liberazione dai campi di concentramento.
Anche i Testimoni di Geova furono perseguitati, tra il 1933 e il 1945 (diecimila internati, prevalentemente tedeschi): a loro veniva anche offerta – invano – la possibilità di rinunciare al loro credo religioso, in cambio della libertà. Olocausti che – come hanno fatto notare, non senza qualche polemica, alcune associazioni – si è spesso cercato di dimenticare. E sono proprio le associazioni come l’Avi (per la tutela delle persone disabili), Arcigay e Gay Center, Opera Nomadi e Aizo (rom e sinti) ad aver organizzato, nella settimana della Memoria, alcuni eventi, in tutta Italia, per cercare di far conoscere, ad esempio, l’Aktion T4, il programma nazista di eutanasia che, in nome dell’igiene della razza cara ai nazisti, portò alla soppressione di almeno 70mila persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da malformazioni fisiche.
O l’Omocausto, che portò alla morte di almeno 7mila omosessuali nei campi di sterminio nazisti (oltre alle decine di migliaia di persone che vennero condannate sulla base del Paragrafo 175, quello che puniva gli atti e, persino, le fantasie omosessuali). E, infine, lo Porrajmos, che in lingua romaní indica la “devastazione”: furono più di mezzo milione i rom e i sinti morti nei campi di sterminio. I piani di sterminio degli zingari vennero attuati non soltanto nei territori annessi dal dominio nazista, ma anche da parte dei governi collaborazionisti, come la Romania e la Jugoslavia, che furono, insieme alla Polonia, tra i principali teatri di questa persecuzione. Ad Auschwitz erano rinchiusi nel tristemente noto Zigeunerlager, ed erano contraddistinti dal triangolo marrone. Come Barbara Ritter, cecoslovacca rom, scomparsa due anni fa. Una delle poche persone a raccogliere la sua testimonianza, durante un incontro che si è tenuto a Ginevra, è stata Carla Osella, presidente dell’Aizo (Associazione Italiana Zingari Oggi). A lei ha raccontato della deportazione nel campo, nel reparto dell’”angelo della Morte”, quel Josef Mengele noto per i suoi esperimenti medici e di eugenetica che svolse usando come cavie umane i deportati, anche bambini. “Barbara venne rinchiusa nel lager di Mengele, e qui sottoposta ad una serie di esperimenti. Le inocularono la malaria, per vedere se era in grado di guarire. Non morì, a differenza di tante persone, tutti bambini, che erano con lei”, racconta Osella. “Uno dei racconti più atroci che mi fece, fu quello che vide per protagonista un bimbo, ad Auschwitz. Per tenere buoni i bambini, Mengele era solito dar loro della cioccolata. Un giorno prese uno di questi e, proprio di fronte a Barbara, gli sparò, senza alcuna apparente motivo”.
Barbara assistette anche a numerosi tentativi di ribellione, da parte dei rom, nei confronti dei soldati nazisti. “La Ritter si salvò, perché, dopo essere stata trasferita a Buchenwald, riuscì a fuggire, mentre chi era rimasto ad Auschwitz fu ucciso”, ricorda ancora la presidente dell’associazione. Ma i racconti come questo sono pochi. “Non ho notizia, in Italia, di nessun rom sopravvissuto all’Olocausto, che sia ancora in vita – dice Massimo Converso, presidente dell’Opera Nomadi – E poi c’è il problema, a livello di trasmissione della memoria, dell’assenza di una tradizione scritta. I rom erano spesso analfabeti”. Mezzo milione i morti certi, anche se di moltissimi zingari si è persa ogni traccia, senza che si possa dire con certezza che siano stati uccisi dai nazisti. E questo potrebbe spiegare perché altre stime parlino di un milione e mezzo di morti. In provincia di Viterbo, a Blera, ne vennero chiusi una cinquantina in un campo di concentramento repubblichino, sconosciuto ai più. “Dal settembre del 1943 al giugno del 1944″, spiega Converso, che ieri, a Roma, ha preso parte alla tradizionale fiaccolata che ricorda i rom uccisi. Silvia Cutrera, a capo dell’Avi (associazione per la vita indipendente) è, invece, riuscita a intervistare il tedesco Friedrich Zawrel: classe 1929, venne internato nello “Am Spiegelgrund”, un ricovero, a Vienna, per bambini “disturbati mentalmente”, e che, sotto il Terzo Reich, fu trasformato in “centro dell’orrore”. Era considerato affetto da comportamento deviato, perché figlio di un alcolizzato non in grado di prestare servizio militare: in più aveva anche marinato alcune lezioni, a scuola. “Ha personalmente assistito agli esperimenti condotti sui bambini, ricoverati insieme a lui – racconta la Cutrera – Non venivano uccisi, ma si somministravano loro farmaci, per vedere chi riusciva a vivere più a lungo oppure per studiare le loro reazioni. Anche lui fu costretto a prendere medicine letali”. Dopo aver subito molestie e violenze, ha cercato di fuggire. Riacciuffato, è stato segregato per un anno in una cella di isolamento: è riuscito a salvarsi soltanto grazie all’aiuto di una infermiera.
Rosa era, invece, il colore del triangolo che indicava, nei campi di concentramento, gli omosessuali. “Le stime sui morti, in questo caso, sono difficilissime – racconta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center – perché molti non volevano ammettere di essere omosessuali. Altri vennero portati nei campi di concentramento per altri motivi e, quindi, la loro omosessualità non emergeva”. “E’ una storia cancellata, la loro”, dice Porpora Marcasciano, presidente del MIT (movimento di identità transessuale), “anche per colpa di quel pudore cattolico che porta a censurare determinati argomenti. E bisogna considerare che molti gay erano anche deportati politici e non avevano alcuna intenzione di dichiarare il loro orientamento sessuale, anche una volta liberati”. Tra i pochi – è forse l’unica, in Italia, a poter ancora ricordare quegli anni di persecuzioni – c’è la transessuale Lucy, che entrò nel campo di sterminio di Dachau come Luciano. E che, nel 2010, per la prima volta, è tornata a visitare il luogo dal quale è riuscita miracolosamente a salvarsi. Alcuni volti di omosessuali internati ad Auschwitz sono esposti, da giovedì, nell’ambito di una mostra, allestita a Roma, nella sede del Municipio XI, curata da Gay Center e Arcigay Roma, con il supporto della comunità ebraica di Roma e dell’Ucei. “Di Omocausto si è iniziato a discutere in Italia grazie a quegli studiosi, soprattutto tedeschi, che hanno sollevato il caso – osserva Aurelio Mancuso, presidente di Equality – Fino a non molto tempo fa, una ventina di anni fa, non si parlava affatto delle vittime omosessuali. C’erano anche difficoltà relative alle fonti e ai documenti”. “Bisogna poi ricordare quelle centinaia di persone mandate al confino dal regime fascista – aggiunge Mancuso – e che, comunque, rientravano nelle persecuzioni dell’epoca contro gli omosessuali”. Mancuso evidenzia anche il ruolo chiave svolto dalle comunità ebraiche italiane nel portare alla luce la questione dell’Omocausto: “Si è fatto molto lavoro comune, fondamentale per una memoria condivisa, e tanti rabbini si sono pronunciati in merito alle persecuzioni dei gay durante il periodo nazista”.
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Costa Concordia, 11mila euro di indennizzo per ogni passeggero.
Sarà di undicimila euro l’indennizzo che la Costa crociere riserverà ai naufraghi della Concordia, oltre ad una media di tremila euro, per persona, come rimborso delle spese sostenute (come il costo della crociera, il viaggio e anche gli extra). Sarà anche fornita un’assistenza psicologica mirata, a chiunque ne faccia richiesta. E’ il risultato della trattativa fiume, durata quasi sedici ore, chiusa nella notte tra la Costa Crociere, assistita da Astoi Confindustria Viaggi e le principali associazioni dei consumatori italiane (Acu, Adiconsum, Adoc, Adusbef, Altroconsumo, Assoconsum, Assoutenti, Casa del Consumatore, Cittadinanzattiva, Ctcu, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori). Un confronto segnato anche da momenti di tensione, e a cui non ha preso parte il Codacons, che lancerà una class action internazionale. “Obiettivo della trattativa, condiviso da tutti i presenti, è stato quello di trovare soluzioni conciliative e transattive che puntino alla migliore soddisfazione dei passeggeri coinvolti nella vicenda di Costa Concordia, evitando le lungaggini e gli aggravi di spese conseguenti all’eventuale instaurazione di un giudizio”, spiega una nota diffusa in mattinata.
Nel dettaglio, l’intesa, firmata nella sede di Astoi Confindustria, in piazza Quadrato della Concordia, prevede un risarcimento di 11mila euro a persona a titolo di indennizzo, a copertura di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti, inclusi quelli legati alla perdita del bagaglio e degli effetti personali, al disagio psicologico patito e al danno da vacanza rovinata. Ma saranno anche rimborsati: il valore della crociera, comprensivo delle tasse portuali; i transfer aerei e bus, inclusi nella pratica crociera; le spese di viaggio sostenute per il rientro; eventuali spese mediche sostenute; tutti gli extra sostenuti durante la crociera.
“L’importo forfettario concordato a titolo di risarcimento è superiore ai limiti risarcitori previsti dalle convenzioni internazionali e dalle leggi vigenti – sottolinea in una nota Astoi Confindustria Viaggi – Tale importo verrà riconosciuto indipendentemente dall’età del passeggero, considerando anche i bambini, sebbene non paganti. Costa si è impegnata altresì a non dedurre, da tale cifra, quanto eventualmente percepito dai clienti per rimborsi assicurativi legati a polizze individualmente stipulate”. “E’ un accordo storico, che chiude una vicenda drammatica – dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc – una vera class action stragiudiziale, che risarcisce anche il danno biologico per stress e vacanza rovinata in modo congruo. E’ un accordo democratico, che non fa distinzioni né di ceto né dei Paesi di provenienza dei passeggeri, vale in tutto il mondo e la Costa Crociere lo diffonderà nelle varie lingue. L’accordo, che interessa circa 3.000 passeggeri di 60 diverse nazionalità, di cui circa 900 sono italiani, è erga omnes, valido per tutti e non solo per chi decide di fare causa. Stimiamo che ad aderire all’accordo sarà l’85% degli interessati, che riceveranno direttamente da Costa Crociere la proposta e la modulistica per l’accettazione”.
Secondo le stime dei consumatori, un nucleo familiare composto da due persone, vedrà riconosciuto un importo forfettario di 22.000 euro, così come un nucleo familiare di due adulti e due bambini arriverà a 44.000 euro. L’intera proposta non riguarda le famiglie delle vittime ed i passeggeri feriti: per questi naufraghi, l’indennizzo sarà superiore e, naturalmente, terrà conto della gravità del danno subito dai singoli.
La Compagnia restituirà, una volta completate le operazioni di recupero della nave, anche tutti i beni presenti nelle casseforti delle cabine. Infine, viene offerta la possibilità di cancellare, senza penali, le crociere prenotate prima del naufragio, su tutte le proprie rotte, entro il 7 febbraio.
Nella sede di Genova di Costa, per procedere agli indennizzi, saranno istituite due unità operative. Gli accrediti degli importi avverranno entro 7 giorni dall’accettazione della proposta di Costa da parte dei consumatori. Costa Crociere metterà a disposizione un indirizzo e-mail (rimborsiconcordia@costa.it) ed un numero per le informazioni (848505050).
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Nasce una rete di professori universitari per la Memoria della Shoah.
Una Rete nazionale, unica nel suo genere, nata per unire, sostenere e incoraggiare quei docenti universitari che puntino ad approfondire lo studio della Shoah e della sua didattica, coinvolgendo gli studenti, ma anche i loro colleghi. Pronti a sfidare quei rigurgiti negazionisti e antisemiti che, da tempo, si vanno affacciando, a livello cattedratico, nei nostri atenei. Presentata ufficialmente dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, e dal ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, alla presenza dell’ex ambasciatore israeliano a Roma Gideon Meir e di Luciano Violante, può già vantare 40 professori appartenenti a venti diverse università. Pubbliche e private, da Torino a Catania, passando per Roma. Ne sono entrati a far parte docenti animati dall’intento di difendere la memoria della Shoah e di “contagiare” altri colleghi con l’attenzione verso uno dei periodi più bui della storia dell’Uomo.
La Rete ha iniziato a muovere i primi passi, quasi in sordina, nell’aprile dello scorso anno, dall’università di Teramo. Luogo che non è stato scelto a caso da Paolo Coen, ricercatore in storia dell’arte moderna dell’università della Calabria e ideatore di questo network: è proprio in questo ateneo che, nel 2010, si è tenuta una contestata lezione sul negazionismo, ad opera del professor Claudio Moffa (lo stesso che, nel 2007, aveva invitato nell’ateneo Robert Faurisson, uno dei più celebri negazionisti a livello mondiale). “L’ateneo di Teramo è l’unico ad avere una fama negazionista. Qua ho trovato quasi una psicosi nei confronti della Shoah, c’era quasi paura a parlarne”, ha ammesso Coen. Ma anche qui la Rete ha già ottenuto un suo primo risultato: “Quest’anno sarà celebrata la giornata della Memoria con un evento dedicato alla letteratura israeliana, grazie anche al supporto dell’ambasciata di Israele”, spiega Coen, che riferisce di ricevere continue richieste di adesioni. Anche dalle università straniere (gli ultimi sono stati alcuni docenti svizzeri).
A introdurre la Rete è stato Gianfranco Fini, che ha voluto elogiare questo “importante progetto educativo”: “Il ricordo dell’abominio perpetrato dal nazismo contro il popolo ebraico e contro tutti coloro – pensiamo ai Rom, agli oppositori politici, agli omosessuali – che furono colpiti dai programmi criminali di Hitler rappresenta un grande presidio morale per difendere la qualità della vita democratica e civile”, ha detto Fini. E ancora: “Il valore della memoria offre un contributo decisivo al contrasto di ogni nuova o vecchia forma di antisemitismo e di razzismo; e impedisce che qualsiasi ideologia o potere possano abbattersi sugli inermi, sugli innocenti, su interi popoli contro i quali decretare le discriminazioni più odiose per motivi di razza, di religione, di genere, di condizione sociale”. Ricordando che “il dovere della memoria è di tutti”, Fini ha sottolineato il ruolo chiave svolto dalle nuove generazioni, che devono essere protagoniste “attive e consapevoli” della memoria, per “realizzare una società sempre più libera, sempre più giusta e sempre più attenta alla valorizzazione delle differenze culturali che la compongono e la arricchiscono”, “un’Italia aperta e inclusiva, capace di valorizzare la pluralità culturale dei suoi nuovi cittadini”. Citando lo scrittore e Nobel per la pace Elie Wiesel, il presidente della Camera ha ribadito che “non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli” e che, per questo, non si può rimanere impassibili di fronte “ad aberranti e preoccupanti fenomeni come il negazionismo della Shoah o le nuove forme di antisemitismo, razzismo, xenofobia”.
Il ministro dell’Istruzione Profumo, da parte sua, ha ricordato le iniziative del MIUR in difesa della memoria: “La Shoah, quell’operazione di annientamento di un’intera civiltà, ha rappresentato uno spartiacque, un evento senza precedenti nell’intera storia dell’umanità. E’ fondamentale l’impegno contro la cultura del razzismo e dell’antisemitismo, soprattutto attraverso l’educazione e la formazione. Posso affermare con orgoglio che l’Italia è tra i Paesi più attivamente impegnati sia per la qualità che per la mole del lavoro svolto con i viaggi della memoria, la formazione dei docenti e il coinvolgimento degli studenti in percorsi formativi non limitati esclusivamente alle celebrazioni del Giorno della memoria. Ma dobbiamo fare ancora di più”. Per Profumo, l’impegno “contro la cultura del’intolleranza, del razzismo e dell’antisemitismo in ogni sua forma, dall’attività di prevenzione nelle scuole e nella società attraverso la formazione e l’educazione alla cittadinanza” deve essere “costante”.
Il ministro ha poi spiegato che i viaggi nei luoghi della memoria saranno estesi anche alle università, grazie ad un protocollo di intesa che verrà siglato con l’unione delle comunità ebraiche italiane, al Quirinale, proprio il 27 gennaio. Inoltre, in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa di Primo Levi, il MIUR lancerà una serie di iniziative che interesseranno sia le scuole superiori che gli atenei.
Luciano Violante, tra gli animatori della nuova rete universitaria (era presidente della Camera quando venne istituita la giornata della Memoria), ha voluto mettere in guardia da alcuni errori pedagogici in cui incorrono quanti affrontano il tema dello sterminio del popolo ebraico. “Bisogna evitare la pedagogia dell’anniversario, che ci porta a parlare della Shoah una settimana all’anno e basta – ha detto l’esponente del Pd – ma non bisogna neanche cadere nella cosiddetta pedagogia della compassione, quella per cui si dice ‘poveretti’ e si va avanti. Allo stesso modo va evitata la pedagogia dell’orrore, che sacralizza quei processi storici che hanno portato all’orrore della Shoah”. Violante ha quindi sottolineato la pericolosità e l’appeal delle tesi propugnate dai negazionisti, in particolar modo sui giovani: “Agli occhi di un 18enne, se lo sterminio viene percepito come una verità ufficiale, negare potrebbe rappresentare un segno di rottura, rispetto a ciò che genera consenso. Ciò che appare meno ufficiale rischia di risultare più appetibile. Il pericolo è questo: basti pensare che esistono 3000 siti internet che diffondono le tesi negazioniste”. Per questo serve una “pedagogia della verità”: “Il negazionismo va contrastato sul piano storico, civile, culturale e non ideologico. Bisogna rispondere ai negazionisti punto per punto; è sbagliato snobbarli, anche se quelle che dicono sono cose campate in aria. La gente non lo sa e noi dobbiamo fare riferimento alle cose che sanno quelli che non sanno”.
Il bisogno di una Rete, che unisca le energie positive dei docenti che vogliono approfondire lo studio e l’insegnamento della Shoah, è testimoniato, secondo Coen, dal fatto che “appena il 10% delle università italiane celebrino la giornata della Memoria, con eventi spesso disattesi da docenti e studenti”. “Noi non vogliamo dar vita ad un club o una lobby – ha detto il ricercatore – ma partire dal singolo docente, iniziando proprio da chi già lavora sulla Shoah e cercando di coinvolgere quanti se ne sono occupati marginalmente”. Fare rete anche con le scuole superiori e il mondo dell’associazionismo: Coen cita il mondo cattolico ma anche le associazioni di omosessuali, con le quali ha già lavorato in Calabria. “La nostra Rete non è retorica, perché è volta al fare. Non è coercitiva, perché propone modelli, e non li impone. Non è esclusiva”, la sintesi di Coen, che intanto ha lanciato un blog, attraverso il quale è possibile aderire a questo progetto.
L’Huffington Post sbarca in Italia: un colosso da 36 mln di lettori.
Oltre 20mila blogger (celebrità, politici, accademici, opinionisti e giornalisti), 36 milioni di visitatori unici a dicembre (secondo comScore), con punte anche di oltre 5 milioni di commenti pubblicati al mese dalla sua vivace community.
L’Huffington Post, ovvero quello che è stato definito a più riprese il blog più potente al mondo e che oggi annuncia una joint venture con il Gruppo L’Espresso 1 per il lancio dell’edizione italiana, fa parte del “The Huffington Post Media Group” (HPMG), divenuto operatore leader nell’attività editoriale, nell’intrattenimento e nell’informazione. Un colosso nato nel febbraio dello scorso anno, dopo l’acquisizione milionaria dell’Huffington Post da parte di AOL. A capo di questo gigante dell’informazione c’è la greca Arianna Huffington, che, il 9 maggio del 2005, insieme a Kenneth Lerer e Jonah Peretti, aveva lanciato in rete i primi post dell’Huffington Post, con un investimento iniziale di appena un milione di dollari.
Nata 61 anni fa ad Atene, nota e temuta per la sua penna tagliente, la Huffington ha avuto un ruolo chiave nell’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. La prima esperienza sul web di Arianna Stasinopoúlou (suo cognome prima delle nozze con il miliardario Repubblicano Michael Huffington, nel 1986) è legata alla politica e al mondo repubblicano: nel 1998, attraverso il sito Resignation.com, Arianna, che è figlia di un giornalista, iniziò a battersi per chiedere le dimissioni del presidente Clinton. “Assumiti le tue responsabilità, signor Presidente, per quello che hai fatto al tuo partito, al tuo ruolo e al tuo Paese, e continua il tuo viaggio verso la ‘riconciliazione e la guarigione’ in privato”, tuonava Arianna in uno dei suoi editoriali, nel periodo in cui aveva sposato una linea più conservatrice. L’avvicinamento ai Democratici è arrivato dopo il divorzio dal marito, tanto che successivamente ha duramente attaccato il presidente George W. Bush e il suo vice, Dick Cheney. Infine, il supporto a Barack Obama.
Lo stesso che può essere annoverato nel lungo elenco dei politici di spicco che hanno scritto un commento per l’Huffington Post: oltre al presidente Usa ci sono anche Hillary Clinton, il sindaco di New York Michael Bloomberg, il senatore John Kerry, l’ex speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, e persino l’ex presidente Bill Clinton. Ma il sito, che, da quando è nato ha puntato tutto sul citizen journalism, servendosi proprio delle segnalazioni pubblicate dei suoi blogger, può contare sui contributi di celebrità con i background più diversi: Bill Gates, gli attori George Clooney, Alec Baldwin, Sean Penn ma anche Scarlett Johansson, Bernard-Henri Levy, Robert Redford, Madonna, l’astronauta Buzz Aldrin. Ai loro pezzi rispondono decine di migliaia commentatori registrati.
Eppure, quando nel 2005 la Huffington – reduce, due anni prima, da una sfida elettorale in California, contro Arnold Schwarzenegger – decise di lanciare la sua creatura virtuale, anche i suoi amici più stretti erano scettici. “Molti di loro erano negativi e pessimisti”, ha raccontato in una recente intervista alla Bbc, parlando anche delle resistenze di alcuni colleghi. Ma ben presto si rende conto di aver avuto l’intuizione giusta. L’anno in cui il sito diventa veramente un punto di riferimento nel mondo dell’informazione è il 2008, durante la campagna per le elezioni presidenziali. E’ allora che il blog inizia ad espandersi, lanciando la sua prima edizione locale, a Chicago. Tocca poi ad altre città: New York, l’anno dopo; poi Denver e Los Angeles, fino allo scorso anno, quando partono anche San Francisco, Detroit e, l’ultima, Miami.
Lo sguardo si rivolge anche oltre i confini nazionali. Nel maggio del 2011 tocca al Canada. L’Europa è vicina: lo scorso mese di luglio si parte nel Regno Unito, a ottobre, proprio quando la Huffington annuncia di essere pronta a conquistare l’Italia, è arrivata l’intesa con i francesi di Le Monde, mentre a marzo si sbarca in Spagna. Il 2010 è il primo anno a chiudersi con dei profitti. Ma una data chiave nella storia di questa azienda è quella del 7 febbraio del 2011, quando, con un comunicato stampa congiunto, Arianna Huffington rende noto di aver raggiunto un’intesa con AOL, che è stata pronta a versare 315 milioni di dollari per la sua creatura virtuale. Un’operazione il cui obiettivo, spiegavano le due aziende, era quello di dar vita ad un “fornitore di contenuti globali, locali e internazionali”, che avrebbe dovuto avere un ruolo chiave nell’evoluzione dal giornalismo digitale.
Un gruppo, quello che nasceva allora (The Huffington Post Media Group), che poteva contare su 117 milioni di visitatori unici al mese, solo negli Stati Uniti, e 270 milioni di visitatori in tutto il mondo. Alla Huffington venne affidato il ruolo-chiave di presidente e di direttore dell’HPMG. “Con questa acquisizione – spiegava all’epoca il CEO di Aol – si vuole dar vita ad una media company di portata mondiale che combina contenuti, community ed esperienze condivisibili per i consumatori”. “Continueremo sulla strada intrapresa sei anni fa – spiegò la Huffington – ma adesso procederemo alla velocità della luce, grazie alla fusione con Aol. I nostri lettori troveranno gli stessi contenuti ai quali erano già abituati, ma con molte cose più: più tecnologia, notizie locali, spettacolo, finanza, e molti più video”.
Era nata, nelle parole della fondatrice dell’Huffington Post, una delle più grandi destinazioni, sul web, per chi era alla ricerca di contenuti e voleva interagire con altri utenti. Breaking news e opinioni (moderate): la ricetta del sito nella sintesi che lo stesso presenta ai suoi visitatori giornalieri. Dodici le sezioni principali (che si serve anche di Facebook e Twitter per la condivisione delle sue notizie) a partire dalla Front Page, la prima pagina, disponibile nella versione americana, inglese e canadese: politica, affari, spettacolo, tecnologia, media, life & style, cultura, commedia, vivere sano, donne e la parte locale (con le cronache dalle città Usa). Altre sottosezioni: quella sulle “buone notizie”, scienza, tv, le voci dal mondo afro-americano e quello latino, gli esteri, religione, criminalità e, ovviamente, lo sport.
Attraverso una collaborazione sviluppata con Facebook, è anche possibile selezionare le notizie visualizzate e commentate dagli amici sul social network. La filosofia l’ha spiegata, più volte, la stessa Huffington: “La gente non vuole soltanto avere delle notizie: vuole condividerle, migliorarle e contribuire ad integrarle con altre informazioni”. Complessivamente, secondo quanto dichiarato dalla stessa Huffington parlando, a ottobre, dell’edizione italiana del suo sito, l’HuffPost può contare su una rete formata da oltre 30mila collaboratori. Lunedì prossimo si parte con l’edizione francese: sarà guidata dalla giornalista televisiva Anne Sinclair, moglie di Dominque Strauss-Kahn.
A Revine Lago sventola la bandiera nazista.
I
ssata su un pennone, una bandiera con la svastica, tra lo stupore (e l’indignazione) dei residenti. Accade a Revine Lago (Treviso), dove, da questa mattina, sventola il vessillo del nazismo. Secondo quanto riferisce il giornale on-line “Oggi Treviso”, la bandiera è stata collocata sul tetto di una casa privata, in via Marconi, la strada principale del piccolo comune veneto.
Lo scorso mese di settembre, Revine Lago aveva ospitato un raduno europeo di skinhead: “Ritorno a Camelot 2011″. Oltre 1500 “camerati”, da tutta Italia ed Europa, chiamate a raccolta dal Veneto Fronte Skinkead. Meeting che venne duramente contestato dall’Anpi di Treviso. E, secondo quanto riportato sul web da alcuni internauti del posto, proprio a settembre il proprietario di quell’abitazione aveva ricevuto dei soldi dagli skinhead per collocare sul tetto della sua casa la loro bandiera. “E’ una persona che ha seri problemi, magari ha voluto fare una bravata”, scrivono alcuni compaesani, mentre molti sollecitano le autorità ad intervenire per farla rimuovere il prima possibile.
Link alla foto su Repubblica.it
Aggiornamento/La bandiera è stata rimossa, e l’autore dell’iniziativa denunciato dai carabinieri per apologia del fascismo.
Insulti e minacce a magistrato Procura di Roma: indagò su blacklist ebrei.
nsulti e minacce al pubblico ministero della Procura di Roma, Giuseppe Corasaniti, che ha indagato sulle blacklist di ebrei apparse sul web. Su un blog ospitato dalla piattaforma del Cannocchiale, l’anonimo estensore di un post antisemita ha anche pubblicato, nella giornata di domenica, una foto del magistrato. “Fuori la mafia ebraica delle procure dei tribunali”, il titolo dell’invettiva, che ricorda, per terminologia e virulenza, gli insulti contro docenti e magistrati diffusi, nel luglio dello scorso anno, dal blog denominato “Rumors”.
Il sito venne chiuso e la Procura di Perugia diede mandato alla Polizia postale di risalire all’identità dell’anonimo internauta. Il quale, evidentemente, non deve temere i risvolti giudiziari che potrebbero avere le sue deliranti affermazioni. “Fuori dai tribunali i referenti politici degli interessi della lobby della unione delle comunità ebraiche. Fuori dalle procure i pubblici ministeri referenti degli interessi del sinedrio ebraico. Fuori dalla Procura il pubblico ministero ebreo Giuseppe Corasaniti, il referente politico della mafia sinedrio della comunità ebraica”, scrive sul sito Vtre.ilcannocchiale.it.
Parole che non sono sfuggite agli uomini della Postale, che monitorano quotidianamente il web, dando la caccia a questi seminatori dell’odio virtuale nei confronti degli ebrei. Sulla stessa pagina web, inoltre, si insinua che i responsabili del recente furto delle Pietre d’inciampo, in via Santa Maria in Monticelli, sia stato opera di residenti ebrei del Ghetto. “In quella zona – si legge sul sito, che ha anche pubblicato una mappa dall’alto di quest’area – si può incappare in bande di giovinastri ebrei, in assetto paramilitare, che pattugliano la zona controllando anche i documenti agli estranei. Eppoi ci sono anche gli agenti in borghese del Mossad che grufolano nello stesso recinto. Risulta quindi totalmente impossibile che qualcuno abbia potuto eseguire un lavoro di ore al fine di strappare quella specie di ‘serci’”. Una tesi campata in aria, che difficilmente troverà riscontri oggettivi nelle indagini portate avanti dalle forze dell’ordine della capitale.
Sulla piattaforma di blogging de Il Cannocchiale venne pubblicata, nel febbraio del 2008, una blacklist di docenti ebrei. In quell’occasione, in seguito all’indignazione politica bipartisan e all’immediato oscuramente del sito da parte dei suoi gestori italiani, le indagini della Polizia Postale, disposte proprio da Corasaniti, permisero di arrivare a individuare il responsabile della diffusione di quell’elenco (Paolo Munzi, residente in provincia di Rieti, figlio di un ex sindaco). Più recentemente, a dicembre, un elenco analogo, con nomi di magistrati e politici, è stato fatto circolare sul forum neonazista Stormfront. In tutti i casi, le ipotesi di reato avanzate dalla Procura comprendevano la violazione della legge Mancino ma anche la diffamazione e la violazione della privacy. Corasaniti, che è docente alla Sapienza, si occupa principalmente di reati che riguardano la pirateria audiovisiva ed informatica, la contraffazione, la tutela della privacy e le frodi informatiche.
In serata è intervenuta anche la presidente della Regione, Renata Polverini: “Si sta andando verso una deriva antisemita che bisogna assolutamente fermare, non soltanto con la condanna da parte di tutte le istituzioni ogni volta fanno. Auspichiamo che qualcuno di questi ‘signori’ prima o poi paghi”.
Solidarietà al magistrato è stata espressa da Marco Mancinetti, presidente della sezione distrettuale di Roma e Lazio dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Dopo le orribili manifestazioni di soddisfazione espresse in rete
per la scomparsa del Procuratore Aggiunto di Roma Pietro Saviotti, assistiamo ad un nuovo attacco, di matrice antisemita, rivolto con gli stessi mezzi sempre ad un magistrato della Procura della Repubblica, Giuseppe Corasaniti, impegnato sul terreno delle indagini informatiche. La Giunta dell’Anm di Roma esprime forte solidarietà e vicinanza a Giuseppe Corasaniti, ribadisce l’impegno e la serenità di tutti i magistrati della Procura della Repubblica di Roma nel continuare nel lavoro quotidiano a difesa della legalità ed invita tutte le istituzioni e le forze politiche ad isolare ogni manifestazione razzista. L’antisemitismo non è un’opinione, è un delitto”.
Concordia, la rabbia dello staff: “Abbiamo gestito un branco di pecoroni”.
Ce l’hanno con i giornali, che non avrebbero messo nella giusta luce l’operato del personale in servizio sulla Costa Concordia. Membri dell’equipaggio che andrebbero considerati degli “eroi”, per essere riusciti a salvare la stragrande maggioranza dei passeggeri della nave. I dipendenti della Costa Crociere non hanno dubbi: è stata scongiurata quella che poteva essere una tragedia con un numero assai maggiore di morti. Alcuni di loro non trattengono la rabbia e arrivano a sfogarsi contro i passeggeri della nave, definendoli “un branco di pecoroni allo sbaraglio”.
E’ dalla sera del 13 gennaio, da quando si è iniziata a diffondere la notizia della sciagura all’Isola del Giglio, con il conseguente drammatico bollettino di deceduti e dispersi, che si confrontano sul gruppo Facebook a loro dedicato. “Costa Crociere cruise staff or crew members” è la pagina, con oltre 4200 iscritti, sulla quale si ritrovano dipendenti, ex membri dell’equipaggio e sulla quale commentano anche tanti passeggeri che vogliono portare la loro solidarietà. Ci sono gli appelli dei parenti dei dispersi, alcuni pubblicano la foto dei loro cari, altri – è il caso della cugina dell’ufficiale eroe, prima che venisse salvato – chiedono notizie ai colleghi.
Commenti angosciati, di chi vorrebbe subito una risposta che nessuno però sa fornire. Ora dopo ora, link dopo link, mentre sullo schermo si susseguono ricostruzioni e critiche verso l’operato del comandante, la rabbia del personale in servizio presso la compagnia di navigazione italiana sembra montare. Molti cambiano la loro immagine di profilo, sostituendo quella del volto con la foto della targhetta di riconoscimento usata per farsi riconoscere sulle navi. E’ un modo per ribadire che si sentono fieri di far parte di quell’azienda e di non aver nulla di cui vergognarsi. Da alcune ore rilanciano la testimonianza di Katia Keyvanian, una hostess che scrive di essersi imbarcata il 13 gennaio sulla Concordia in sostituzione di una collega. Definisce “idiozie” tutte le cose lette e sentite in queste ore e scrive: “Abbiamo evacuato, al buio, con la nave piegata su un fianco 4000 persone in meno di due ore! Gli incompetenti non sono in grado di fare questo. Abbiamo tirato su in lancia un sacco di ospiti che erano finiti in mare, e mentre spogliavamo una ragazza bagnata per coprirla con la coperta termica, un ospite ci faceva un filmino con il telefonino. Noi ci siamo adoperati per gli ospiti, per salvarli, portarli in sicurezza, se sono salvi, è merito solo nostro, di tutto l’equipaggio, che ha fatto di tutto. Non vogliamo essere ringraziati, abbiamo fatto solo il nostro dovere, ma non vogliamo nemmeno sentire tutte le fesserie, bugie, menzogne, tanto per fare lo scoop, o fare una trasmissione, che sono state dette”. Katia attacca anche i passeggeri: “Abbiamo lanciato un salvagente in mare, e mentre tiravamo su un altro passeggero, io con la corda legata al polso per fare forza, e tirare su, un signore ci faceva la foto. Abbiamo dovuto gestire un branco di pecoroni allo sbaraglio, e poi vengono a dire che noi siamo stati incompetenti”.
Smentisce anche quanti sostengono che il comandante, Francesco Schettino, abbia abbandonato la nave prima che fossero stati evacuati tutti i passeggeri: “Non è vero che il comandante è sceso per primo, io ero sull’ultima lancia, e lui è rimasto attaccato alla ringhiera al ponte 3, mentre la nave affondava”. Ma, relativamente all’operato di Schettino, non tutti sono d’accordo nel difenderlo. Anzi: qualcuno sostiene che abbia commesso troppi errori. Prima navigando ad una distanza troppo ravvicinata all’isola. Poi, una volta che la nave ha iniziato ad imbarcare acqua, quando ha deciso di avvicinarla ulteriormente al Giglio. Come spiega Maurizio B., 58 anni e una lunga esperienza di comando sulle navi: “Credetemi, anche cercando di capire lo stress, non merita il vostro sostegno a prescindere. Portando la nave ad incagliare davanti a Giglio porto ha forse pensato di favorire lo sbarco, ma quando, toccando il fondo, la nave si è ingavonata e abbattuta, ha solo perso la nave e l’uso della metà delle lance. Se andava alla deriva e chiudeva le porte stagne sbarcava lo stesso i passeggeri e non perdeva la nave. Nessuna freddezza nel prendere le decisioni, ma il contrario”. D’accordo anche Ivo: “Quella nave era troppo vicina alla costa. Roba da surf, non da bestia da 115mila tonnellate”. E qui solleva la spinosa questione dei ‘saluti’ di questi giganti del mare, che, troppo spesso, passerebbero a poche centinaia di metri dalle coste, in condizioni non sempre di sicurezza.
“Il comandante sapeva bene che non puoi passare a un miglio di distanza da quella costa – scrive Ivo – e sicuramente lui non avrebbe voluto. Ma si sa: qualcuno dall’alto detta delle regole non scritte: ‘Fallo, sennò con noi non ti reimbarchi. Perché è una buona operazione di marketing”. Una versione che viene contestata da alcuni dipendenti della Costa Crociere, secondo i quali Schettino avrebbe deciso in totale autonomia. “Non ho mai detto che la Costa sia l’unica compagnia che ama il ‘saluto’ – replica Ivo – Nessuno obbliga nessuno. Sono cose che una compagnia indirettamente può chiederti. O è stato fatto perché gliel’ha richiesto qualcuno, oppure il comandante lo ha fatto per un momento di gloria personale. Non mi parlate di black out, perché chi conosce il mestiere sa che su quelle unità è impossibile. Impossibile anche una rottura del timone”.
La convinzione, pur tra mille distinguo, è che la nave si sia avvicinata troppo ad una zona ad alto rischio: “Per questo saluto ci si è avvicinati troppo. E’ un errore umano”. Al comandante, intanto, sono dedicate varie pagine virtuali, create in queste ore su Facebook e di ispirazione opposta: chi lo difende a spada tratta e chi, invece, lo ritiene l’unico responsabile della tragedia. Solo su una cosa gli iscritti al gruppo dei dipendenti della compagnia sembrano essere tutti d’accordo: i membri dell’equipaggio “hanno salvato migliaia di vite” e si sono comportati da eroi. “Sfido chiunque in una situazione del genere con la nave inclinata del 80% – scrive Frenk, impiegato sulle navi da crociera – Il disordine accade anche perché i passeggeri stessi quando c’è l’esercitazione di abbandono nave sono intenti a filmare, a ridere, scherzare o a non presentarsi, invece di ascoltare attentamente cosa viene detto. Comunque, come al solito, deve scapparci il morto per rendersi conto delle cose sbagliate”. Marco Russo scrive di essere membro dell’equipaggio della Costa Concordia: “Diffidate dalle chiacchiere abbiamo fatto un ottimo lavoro! Onore all’animazione, tecnici e camerieri che sono rimasti fino alla fine sulla nave con l’acqua fino alla pancia per aiutare le persone. Anche in questo eccellenti”. Pierangelo, anche lui dipendente della compagnia: “Mille apparentemente incompetenti membri dell’equipaggio, che hanno salvato 3000 passeggeri, limitando il numero di morti, più vari dispersi, che potrebbero essere coloro presi dal panico che non hanno seguito le istruzioni”. Qualcuno arriva a suggerire una querela nei confronti di quegli organi di stampa che hanno messo in dubbio la loro professionalità: “Non si può dire che l’equipaggio non era preparato, che non si accendevano le luci dei giubbotti di salvataggio (e noi che navighiamo sappiamo quando si accendono). Serve conoscere un bravo avvocato e preparare una querela firmata da tutti noi. Chiedere un risarcimento e darlo a alle famiglie di chi purtroppo non c’è più”.
CasaPound esulta per la morte di Saviotti, Procura apre inchiesta.
A Pietro Saviotti, il capo del pool anti-terrorismo della Procura di Roma morto ieri per un infarto, non hanno ancora perdonato l’arresto del loro “Zippo”, lo scorso mese di novembre. Così, quando sui siti web si è iniziata a diffondere la notizia della prematura scomparsa del procuratore aggiunto, Gianluca Iannone, leader dei fascisti del terzo millennio di CasaPound, ha voluto condividerla a modo suo con il nickname Gianluca da Tortuga, con gli oltre tremila amici del suo profilo personale su Facebook. “Questo 2012 si prospetta come un anno interessante… evviva”, ha scritto in uno status-shock riferito al magistrato. Parole che, sul social network, sono state “apprezzate” in prima battuta da 32 persone, militanti e simpatizzanti di CasaPound. “Io aspetto la dipartita di qualcun’altro”, ha commentato un utente, mentre un altro ha anche tirato in ballo il giornalista Giorgio Bocca: “Bocca, Saviotti… avanti il prossimo… la lista è lunga e c’è l’imbarazzo della scelta”.
La Procura di Roma ha aperto sulla vicenda un fascicolo ipotizzando il reato di istigazione a delinquere. Gli accertamenti saranno coordinati dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Eugenio Albamonte. I magistrati hanno dato ampia delega investigativa alla polizia postale per identificare gli autori dei messaggi offensivi postati sulle pagine web del social network. Indagini anche su alcuni messaggi anonimi con offese al giudice, apparsi sulla sezione abruzzese di Indymedia.
Iannone, come si ricorderà, è noto anche come leader musicale e autore di canzoni fascio-rock: ha condiviso il palco con Marco Vattani, il diplomatico italiano che inneggia alla Repubblica di Salò. Vattani – come scrive oggi Repubblica – non è stato punito, ma verrà al massimo trasferito in altra sede.
La replica di CasaPound. Il primo a parlare è il vicepresidente Andrea Antonini, che evidenzia come il commento di Iannone sia apparso “sul suo profilo personale e non su quello di CasaPound Italia: non è una pubblica esternazione”. Antonini, però, non prende affatto le distanze dall’esultanza per la morte di Saviotti: “E’ francamente ipocrita aspettarsi contrizione da parte nostra dato che questo pm ha avuto a che fare almeno due volte con noi, prima negli scontri studenteschi di Piazza Navona con 12 indagati a torto, come abbiamo sempre ribadito, e poi nel caso di Alberto Palladino, accusato da Saviotti di lesioni aggravate nei confronti del capogruppo del Pd del IV Municipio Paolo Marchionne. In Italia non ricordo nessun caso di giovane incensurato che deve fare 28 giorni di carcere con l’accusa di rissa aggravata. Nessuno quindi si aspetti da noi dolore o ipocrita contrizione”.
In serata arriva anche la replica dello stesso Iannone: “L’Italia ormai è peggio della Corea del nord: tutti devono piangere, chi non lo fa va nei campi di recupero. E persino una battuta infelice, scritta peraltro in uno spazio privato, può essere scambiata per istigazione a delinquere”. “Ormai – continua – siamo al paradosso e al linciaggio bipartisan. Una mia battuta sicuramente di cattivo gusto, rubata sul profilo personale e non negli spazi ufficiali del movimento in barba a ogni tutela della privacy, scatena l’ira dei novelli inquisitori che si scagliano con parole gonfie di livore e di calcolo politico. E’ chiaro che c’è un’aria di ipocrisia e di sciacallaggio che non cessa minimamente di esistere. Non si perde neanche occasione di insinuare rapporti inesistenti tra noi e l’amministrazione cittadina”.
Saviotti e CasaPound. Il giudice, impegnato nel campo dell’eversione, aveva seguito le indagini sul pestaggio di cinque militanti del Pd, che affiggevano manifesti contro la mafia in via dei Prati Fiscali, il 3 novembre. Era stato lui a richiedere ai carabinieri del Ros di arrestare Alberto Palladino, alias Zippo, uno dei leader di CasaPound nel IV municipio. Su richiesta di Saviotti, il gip aveva disposto l’arresto di “Zippo”, perché temeva che questi avrebbe potuto commettere reati analoghi a quelli compiuti nei confronti dei militanti democratici. Lesioni aggravate, violenza privata e porto d’arma impropria, i reati contestati dalla Procura. Poco prima di Natale, il gip di Roma aveva infine concesso i domiciliari a Palladino.
Ma anche allora, Iannone ebbe a contestare pesantemente i magistrati, secondo i quali CasaPound Italia “fa della violenza un metodo di lotta politica”: “Partire dal presupposto che il reato sia reiterabile perché Cpi è un movimento che fa della violenza un metodo di lotta politica, come ha sostenuto il Riesame e come, in qualche modo, sembra confermare il gip disponendo i domiciliari per Palladino – sostenne Iannone – è un assurdo giuridico perché non solo non c’è una sentenza né un elemento di diritto che possa avallare questa convinzione, ma non esiste nemmeno un sia pur minimo elemento di fatto che possa giustificarla se non il pregiudizio nei confronti di un movimento che sconta la presunta appartenenza a un mondo ‘ontologicamentè violento come l’estrema destra”. Le strade di Saviotti e dei Fascisti del terzo millennio si erano anche incrociate nell’aprile del 2010. Fu quando la Digos di Roma eseguì otto arresti a carico di quattro aderenti di Blocco Studentesco, il movimento studentesco di CasaPound, in seguito ad alcuni scontri avvenuti all’Università di Tor Vergata e nei pressi della Terza Università. Anche allora, le richieste di arresto portavano la firma di Saviotti.
Le reazioni. Numerose le voci di condanna che si sono levate dal mondo politico. Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, definisce le parole di Iannone “vomitevoli e indegne per la razza umana. Saviotti è stato un servitore della patria a cui tutti gli italiani devono rendere omaggio. Il resto è solo spazzatura ideologica”. “Parole vergognose, segno solo di inciviltà culturale”, per Renata Polverini, presidente della Regione Lazio: “Roberto Saviotti è stato un magistrato capace, un uomo al servizio della giustizia e delle istituzioni. Una perdita grave per la magistratura italiana e che non merita questo ignobile oltraggio”. E mentre anche il sindaco, Gianni Alemanno, sottolinea che lo status-choc è “una cosa scellerata”, alla quale “non può credere”, il Pd romano gli chiede di chiarire i rapporti con CasaPound: “Alemanno regala casali a Iannone di Casapound che oggi su Facebook a festeggiare per la morte di Saviotti – osservano Enzo Foschi, Marco Palumbo e Massimiliano Valeriani, consiglieri del Pd rispettivamente alla regione Lazio, provincia e comune di Roma – Un fatto gravissimo che getta ancora più ombre e inquietudini sull’organizzazione di estrema destra che tenta di farsi passare per una onlus ma che invece porta avanti la sua battaglia d’odio e xenofobia e dei suoi rapporti con il centrodestra che amministra la città. E’ giunto il tempo che Alemanno con la sua giunta chiariscano in maniera definitiva i loro rapporti con Casapound e le altre frange di estrema destra, un legame tutto coccole ed ambiguità dai contorni sempre più foschi”. Il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa parla di “ironia vergognosa e ignobile”. Per l’esponente del Pd Walter Veltroni “sono parole di odio, parole che istigano alla violenza. Penso che la magistratura debba indagare su questi fatti e su ambienti che hanno fatto dell’odio il loro credo”. Per Nichi Vendola, leader di Sel, si tratta di “parole raccapriccianti”. Il leader dei Verdi Angelo Bonelli esprime il suo sdegno. E c’è chi, come Fabio Nobile, consigliere regionale del PdCI-Federazione della sinistra, torna a chiedere lo scioglimento dell’organizzazione: “Noi opereremo affinché tutte le istituzioni prendano posizione chiara su questo”.
Lo psichiatra Francesco Bruno: “Gay malati”, parte istruttoria dell’Unar.
I gay come malati da curare, individui “non normali”, assimilabili alle persone disabili. Francesco Bruno, criminologo, psichiatra e docente universitario (a Salerno e alla Sapienza di Roma), torna ad offendere le persone omosessuali. A nulla è valsa una denuncia all’Ordine dei Medici, due anni fa, da parte di Arcigay, relativamente ad alcune affermazioni in cui contestava la depatologizzazione dell’omosessualità decisa, nel 1990, dall’Organizzazione mondiale della Sanità.
Il medico 63enne, ospite dei salotti televisivi per commentare i casi di cronaca nera, scende in campo a fianco dell’ormai ex assessore alla Mobilità del Comune di Lecce, Giuseppe Ripa, dimessosi dopo aver insultato il governatore della Puglia, Nichi Vendola. Lo fa dalle pagine virtuali di Pontifex, blog che ospita spesso dichiarazioni omofobiche nei confronti di gay, lesbiche e transgender. Punto di ritrovo degli ultracattolici, si tratti di vescovi emeriti o di politici. Come Domenico Scilipoti, anche lui sceso in campo, in queste ore, per difendere Ripa, definendo “l’omosessualità una cosa anormale”.
Bruno, intervistato dal curatore del sito, afferma: “L’organizzazione mondiale della Sanità ha deciso che non si debba parlare di malattia, a proposito dell’omosessualità, e sappiamo con quali criteri ha scelto. Io rimango della mia idea e le denunce dei gay non mi fanno paura”. L’omosessualità è “anormalità”, sentenzia: “Siamo nel campo, quando la omosessualità non viene scelta volutamente, di anormalità funzionali essendo il sesso volto naturalmente alla procreazione. L’omosessuale nato lo è per un disturbo di personalità legato, probabilmente, ad una errata assimilazione dei ruoli dei genitori, o anche a cause organiche che sarebbe complicatissimo spiegare. Tuttavia, è nella stessa situazione, dal punto di vista concettuale, di chi è handicappato, sordo o cieco. Per queste categorie, con una certa ipocrisia si dice diversamente abili, non vedenti e simili. Il gay è diversamente orientato per la sessualità e quel diversamente la dice lunga sulla normalità”.
Lo psichiatra spiega anche di aver assistito molti genitori di ragazzi e ragazze omosessuali. A suo dire tutti traumatizzati dall’orientamento sessuale del figlio o della figlia: “Chi dice che padre e madre sono contenti o accettano la diversità del figlio, mentono sapendo di mentire. Per due genitori, sapere che il proprio figlio ha questa orientazione, è un trauma anche grande. Magari lo superano o riescono ad elaborarlo, ma il colpo è molto forte. Questo fatto denota che anche a livello di comune sentire, e non è roba da poco, la omosessualità va considerata anormalità”. Commenti tutt’altro che isolati, come dimostra una sommaria ricerca nell’archivio del sito degli ultracattolici. “Io ho il diabete. Non mi offendo se qualcuno mi dice che sono malato, è la realtà. Bene, per quale motivo gli omosessuali si offendono se qualcuno, correttamente, parla di patologia?”, ha sostenuto Bruno in un’altra intervista. Per il docente è anche sbagliato essere eccessivamente tolleranti: “Una eccessiva tolleranza verso stati di anormalità, e l’omosessualità tale va considerata, ci porta alla conclusione che la gente si confonda e non capisca più cosa è il bene e che cosa è il male”.
Da medico e docente universitario (secondo il curriculum pubblicato on-line è professore straordinario presso l’Università degli Studi di Salerno e docente di psicopatologia forense e criminologia presso la “Sapienza” di Roma) non si fa neanche troppi problemi quando si tratta di attaccare l’OMS: “Quando i colleghi americani hanno sdoganato l’omosessualità dalle patologie, hanno fatto un grave danno e io sono contrario a quanto sostiene l’Organizzazione Mondiale della sanità. L’omosessuale, al quale va dato ogni rispetto, è clinicamente un malato, ovvero soffre di un disturbo patologico che lo altera. Inutile che questi signori vogliano convincerci che i normali siano loro. Ma sono sostenuti, parlo fuor di metafora, da lobbies potenti e forti”. Posizioni legittime, secondo l’Ordine dei medici, che, di fatto, ha respinto la denuncia presentata, nel 2009, da Arcigay.
La replica. Lo psichiatra, dopo le polemiche, precisa e si difende: “Io ho sempre detto che ho il massimo e assoluto rispetto per chi compie scelte di altro tipo rispetto al mio e naturalmente questo non implica nessuna malattia, ma secondo me è una condizione di diversità”. “Lungi da me – aggiunge – giudizi discriminatori o l’omofobia, ma contesto al mondo gay il tentativo di impedirmi di dire quello che penso”.
In serata l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), dopo aver ricevuto la segnalazione di Agedo e Arcigay, ha fatto sapere di aver avviato un’istruttoria sulle affermazioni di Bruno, tutte reperibili dal sito Pontifex.
Consigliere comunale leghista su Facebook: “Immigrati nei forni”.

Per gli immigrati “servono i forni”. Ne è convinto il consigliere comunale leghista di Albenga (SV), Mauro Aicardi, che ha condiviso il pensiero-choc all’interno di un gruppo su Facebook. A proposito di una lite in strada tra due marocchini, il consigliere – che in passato ha militato anche ne La Destra – ha voluto dare ragione a un cittadino che liquidava gli stranieri come “feccia bastarda”. Ad accorgersi dello “scivolone” del consigliere agricoltore è stato il circolo albenganese di Futuro e Libertà, che ha chiesto, oltre alle sue dimissioni, l’intervento immediato delle autorità: “Non si tratta solo di un’infame e già comunque di per sé gravissima offesa ma, è inutile sottolinearlo, siamo davanti ad istigazione ad odio razziale che, per il nostro ordinamento, rappresenta un reato perseguibile in termini di legge. L’autorità di pubblica sicurezza, con tutti gli strumenti informatici e tecnologici di cui dispone, risalirà ad esempio all’indirizzo Ip del terminale reale per verificare comunque chi è l’autore e da dove sia partito il commento”. La frase incriminata, a seguito delle polemiche, è stata rimossa (il consigliere si sarebbe anche scusato) mentre il sindaco di Albenga, Rosy Guarnieri (Lega), è scesa in campo in difesa del suo collega di partito: “Chi, come me, lo conosce da tempo sa che è una persona briosa e genuina, che per il suo essere spontaneo, magari sentendosi tra amici, esprime concetti, volutamente provocatori, il cui significato è del tutto diverso da quello percepito – ha dichiarato al sito Ivg. it – Non è un razzista, non è un violento: Mauro Aicardi è un ottimo marito e padre di famiglia, un bravo amministratore, un individuo leale e sincero che rispetta le idee di tutti coloro che rispettano le leggi. In un impeto di irritazione nei riguardi di coloro che delinquono, di chi con arroganza fa uso delle debolezze delle persone creando disagi sociali, ha usato un’espressione forte”.
Prof. negazionista indagato dalla Procura di Torino.
Hanno bussato alla porta della sua abitazione nel primo pomeriggio di ieri. Agenti della Digos di Torino e del compartimento della Polizia postale del Piemonte hanno notificato un avviso di garanzia a Renato Pallavidini, il docente che, su Facebook, ha minacciato di compiere una strage in sinagoga. L’ipotesi di reato è quella di istigazione all’odio razziale (secondo quanto previsto dalla legge 654).
Gli agenti, che si sono mossi su richiesta del procuratore aggiunto Sandro Ausiello, hanno perquisito per alcune ore la sua casa, sequestrando due computer, una pen drive e del materiale informatico. Obiettivo della Postale è quello di dimostrare che le deliranti affermazioni pubblicate sulla pagina privata del professore del liceo Massimo D’Azeglio siano partite proprio dai suoi computer.
La polizia richiederà, inoltre, a Facebook tutti i dati relativi al suo account: molti commenti incriminati sono stati cancellati dopo la pubblicazione della notizia su Repubblica.it, ma sarà possibile recuperarli nei server californiani del social network. Il professore avrebbe cercato di difendersi parlando di una “provocazione”. La prossima settimana è stato convocato in Questura, dalla Digos, per rispondere ufficialmente di quanto scritto su Facebook.
Sul suo profilo Facebook Pallavidini ha incitato al tiro allo straniero, all’applicazione dei metodi di Mengele, ma soprattutto all’ antisemitismo più sfrenato 1. Da diversi anni si serve del social network per esprimere quella che lui definisce “libertà d’espressione”. Nel 2007, quando insegnava in uno dei più prestigiosi licei classici torinesi, il Cavour, era stato denunciato da genitori, docenti, allievi, per le sue teorie negazioniste sui campi di concentramento e per aver offeso la memoria degli ebrei.
Il suo ritorno in un’aula scolastica, alla luce delle minacce e degli insulti contro ebrei, omosessuali, disabili e stranieri, appare comunque sempre più improbabile. Il direttore generale dell’ufficio scolastico del Piemonte, Francesco De Sanctis, ha già anticipato che “non tornerà ad insegnare”, perché, “nelle aule devono esserci professori equilibrati, e Pallavidini ha dimostrato di non esserlo”.
Un plauso alla magistratura arriva da Emanuele Fiano, deputato del Pd, che aveva preannunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione, per chiedere la sospensione del docente, che è in malattia retribuita fino al 31 marzo 2012. “L’iniziativa dei magistrati di Torino è positiva e penso che ci siano gli estremi per riconoscere la legge Mancino”, spiega il parlamentare democratico, che vede una pericolosa analogia tra le affermazioni di Pallavidini e la recente strage di Firenze. “Il docente ha parlato di Gianluca Casseri e si è ricollegato a quel fatto – dice Fiano – Questo perché nel nostro Paese siamo di fronte allo sdoganamento delle peggiori idee razziste, non soltanto antisemite. Ci sono dei cani sciolti, appartenenti alle frange più estreme, che si sentono liberi di moltiplicare gli effetti delle loro idee su internet. Ricordiamo anche che questa persona fu difesa, nel ricorso al tribunale contro le due settimane di sospensione decise dalla sua scuola nel 2007, dal professor Claudio Moffa di Teramo, un altro docente noto per le sue tesi negazioniste”. E avvisa: “Non stiamo guardando un episodio unico: è l’ennesimo nodo di una rete di idee antisemite, razziste, negazioniste che si sta moltiplicando. Troppo”.
Colpa anche della legge Mancino, secondo Aurelio Mancuso, presidente di Equality: “Una legge monca, che andrebbe rafforzata e collegata all’articolo 19 del trattato di Lisbona, in cui si fa riferimento alle discriminazioni per genere, età, orientamento sessuale, disabilità, credo filosofico e religioso, provenienza”. Il problema è tutto di natura politica: “Negli ultimi 20 anni – osserva Mancuso – la destra che è andata al governo, a parole ha abiurato i valori del fascismo, ma nei fatti ha permesso la nascita di un arcipelago di gruppi e sigle che sono stati addirittura aggregati nelle elezioni locali”.
Il risultato è che l’Italia, secondo Marcello Pezzetti, storico dei campi di concentramento e direttore del Museo della Shoah di Roma, “sta diventando il paradiso per negazioni e neonazisti”. L’Ugei (Unione dei giovani ebrei), tramite il presidente, Daniele Massimo Regard, esprime apprezzamento per l’intervento tempestivo disposto dal ministero dell’Interno e dalla Procura: “Per noi è un motivo di grande soddisfazione. Il negazionismo è una pianta malata che deve essere estirpata e per questo abbiamo il dovere di restare sempre in allerta”.
Prof. neonazista, politici e comunità ebraiche: “Va sospeso”.
A poche ore dalla pubblicazione della notizia dei deliri antisemiti e xenofobi di Renato Pallavidini, docente di storia e filosofia in un liceo classico torinese, la Procura ha aperto un fascicolo, incaricando la Digos di svolgere tutte le indagini del caso. Oggi pomeriggio, inoltre, il docente, che sul suo profilo Facebook ha insultato e minacciato ebrei, omosessuali, immigrati e disabili, è stato convocato negli uffici della Questura. Qui dovrà spiegare perché sia arrivato a paventare la possibilità di fare una strage in sinagoga, usando la sua pistola, oppure perché abbia invitato i suoi amici a giocare al “tiro a segno” con alcuni immigrati che stazionano nei pressi della sua abitazione. Affermazioni che hanno comprensibilmente suscitato la reazione delle comunità ebraiche ma anche di una parte del mondo politico. Tutti concordi nel sostenere la necessità di sospendere definitivamente dall’insegnamento Pallavidini, che, attualmente, è in malattia (fino al prossimo mese di marzo).
Il primo a prendere posizione, via Twitter, è Walter Veltroni, antesignano – da sindaco di Roma – dei viaggi della Memoria. “Un negazionista che vuole la strage degli ebrei e invoca Mengele per punire le donne di ‘se non ora quando’ sembra un po’ in contraddizione. Spero che il Ministro Profumo, oltre alla magistratura, si occupi dei minacciosi propositi di questo ‘professore’”. Una posizione che trova d’accordo il collega del Pd, Emanuele Fiano, che preannuncia un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Istruzione: “Quelle di Pallavidini sono minacce che non vanno sottovalutate. Mi auguro che il ministro intervenga al più presto e che il suddetto personaggio venga estromesso per sempre dall’insegnamento perché è evidente che tra la propaganda all’odio razziale e la possibilità di insegnare ai ragazzi la storia e il pensiero dell’umanità esiste un conflitto impossibile da superare”.
Su Facebook, Paola Concia si chiede perché Pallavidini “non sia stato ancora licenziato e arrestato”. Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche e Beppe Segre, presidente della comunità ebraica di Torino, in una nota congiunta ricordano quanto sia importante, a partire proprio dalle scuole, “tramandare il senso più autentico della Memoria, analizzare i meccanismi dell’odio predisposti da uomini contro uomini affinché essi non abbiano più a ripetersi”.
“Desta molta preoccupazione il fatto che un docente di un noto liceo classico torinese utilizzi il mondo dei social network, nello specifico Facebook, per pubblicare materiale fotografico di chiaro stampo neonazista e indirizzare inequivocabili minacce verso ebrei, omosessuali, disabili e immigrati – scrivono Gattegna e Segre – Esprimere con forza la condanna e il biasimo degli ebrei torinesi e italiani è quasi pleonastico tanta è l’infamia, l’aggressività e la violenza verbale vomitata nella rete da questo presunto ‘maestro di vita’”. L’auspicio è che d’ora in poi tale individuo, oltre a subire un regolare processo che ne accerti le responsabilità, sia finalmente messo in condizione di non poter più nuocere ai giovani, né all’interno di una qualsiasi aula italiana né sulla rete”.
“Ancora una volta dobbiamo constatare che purtroppo il negazionismo vive nelle nostre scuole come nei nostri atenei – osserva il presidente dell’Ugei, Daniele Massimo Regard – Non siamo disposti ad abbassare la testa e ad ignorare le ‘gestà di questi personaggi. Non ci fanno paura, né oggi né mai. Chiediamo al ministro dell’Istruzione di intervenire e sospendere definitivamente il signor Pallavidini dal suo incarico”.
Affermazioni, quelle di Pallavidini, che non stupiscono Stefano Gatti, ricercatore dell’Osservatorio sul pregiudizio antiebraico della Fondazione CDEC di Milano, ben consapevole del fatto che, in Italia, “negli ultimi anni l’antisemitismo, di cui il negazionismo è ormai magna pars, si è fatto sempre più attivo e aggressivo”. Il problema, secondo Gatti, è che “la pericolosità di personaggi come Pallavidini non viene presa nella giusta considerazione. Recentemente c’è stato il caso Casseri, ma prima c’era stato l’omicidio/suicidio di Stefano Anelli, noto saggista ‘cospirativista’. Purtroppo si tende a presentare questi personaggi come degli eccentrici e basta”.
Il comitato “Se non ora quando”, insultato dal professore (secondo il quale le donne che manifestano dovrebbero “essere deportate nei lager”) replica con Francesca Izzo: “Non ci sono davvero commenti. Penso che le autorità scolastiche dovrebbero intervenire. Una persona che fa determinate affermazioni, mi sembra assolutamente inadatta a svolgere la funzione di docente”.
Quanto a Pallavidini, sulla sua pagina Facebook, dove continua a raccogliere i complimenti di giovani neofascisti, ha voluto ringraziare “tutti i camerati per la loro solidarietà”. “Volevo togliere il mio profilo da Facebook, ma ho deciso di perseverare. Il contatto fra di noi è troppo prezioso da regalare alla manovalanza sionista che ci spia”, ha scritto il docente.





