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Neofascisti all’Avogadro, il caso arriva in Parlamento.
Dalle minacce ad alcuni docenti ai danneggiamenti all’interno della scuola, fino alla creazione di una pagina Facebook, con riferimenti neofascisti e antisemiti, da parte di un’associazione giovanile legata a Forza Nuova. E’ un clima incandescente quello che si respira, da alcune settimane, nel liceo scientifico Amedeo Avogadro, nel quartiere Coppedè. Tanto che adesso, dopo una presa di posizione dell’Anpi (l’associazione nazionale dei partigiani) e un appello fatto circolare tra i docenti, due parlamentari del Pd (il neosegretario del partito nel Lazio, Enrico Gasbarra e Maria Coscia) si rivolgono direttamente al ministro dell’Interno, chiedendogli di intervenire.
Nell’interrogazione urgente a risposta in commissione, i due esponenti del Pd denunciano, su indicazione di alcuni professori, la pagina Facebook ‘Nucleo lotta studentesca Avogadro’, facente capo al movimento giovanile del partito di stampo neofascista guidato da Roberto Fiore. “Su questa pagina – scrivono Gasbarra e Coscia – sotto al nome del noto liceo compaiono slogan neofascisti come ‘Support your local fascist’, loghi neonazisti, fino al famoso uccellino di Twitler camuffato in Adolf Hitler che cambia le proprie sembianze in quelle di ‘Twitter’ e vignette che inneggiano all’odio anti-ebraico, come quella dove un corpulento e aggressivo soldato israeliano camuffato da deportato di un campo di concentramento ottiene dai rappresentanti del mondo il permesso di attaccare l’Iran con la bomba atomica”.
Ma non mancano croci celtiche e immagini stilizzate di saluti romani. Il gestore della pagina, secondo le informazioni raccolte all’interno della scuola, è uno studente del quinto anno, referente di “Lotta Studentesca”. Personaggio noto al consiglio di istituto (e alle forze dell’ordine), essendo stato sospeso per aver occupato, a novembre, la scuola insieme ad altri studenti e a qualche adulto “esterno” a volto coperto. In seguito a quell’occupazione, la scuola riportò oltre 10mila euro di danni. Da quel giorno, gli atti di vandalismo non sono cessati: infestazioni di larve di mosca e, pochi giorni prima delle celebrazioni della giornata della memoria, un insolito allagamento del plesso di via Brenta. Un episodio sul quale stanno ancora indagando le forze dell’ordine, anche perché il sospetto, in quell’occasione, fu che studenti simpatizzanti della formazione neofascista stessero cercando di boicottare le iniziative della giornata della Memoria (alcuni ragazzi sarebbero anche stati “invitati” dagli stessi neofascisti a non prendervi parte). “In molti pensano che questo allagamento sia stato un tentativo di impedire che, per la prima volta da moltissimi anni, anche nella sede di Via Brenta avessero luogo delle iniziative per commemorare il Giorno della Memoria – fanno notare ancora Gasbarra e Coscia – e, al tempo stesso, per danneggiare l’immagine dell’Istituto nel periodo in cui sono aperte le iscrizioni al primo anno”.
Alcuni docenti parlano di un clima sempre più pesante, con tanto di insulti e minacce, via internet ma anche sul cellulare. E’ il caso del consigliere di istituto Stefano Vaselli, da tre anni docente di filosofia e storia all’Avogadro, che, oltre ad una chiamata anonima di minacce, ha anche ricevuto alcuni messaggi privati provocatori su Facebook (firmati da uno dei rappresentanti di Lotta Studentesca). Nelle settimane passate, lo stesso Vaselli, insieme ad un’altra rappresentante del consiglio di Istituto, si è recato al commissariato Trieste-Salario per segnalare la pagina Facebook di Lotta Studentesca e per chiedere che venga rimosso il nome dell’istituto. “E’ grave che si associ il nome dell’Avogadro a messaggi di odio, disprezzo antisemita, razzismo e filonazismo – osserva Vaselli – Messaggi che offendono la dignità umana e il comune senso di appartenenza alla nostra società civile, come comunità democratica fondata sui valori della Costituzione Repubblicana”. Del resto, le simpatie neofasciste di Lotta Studentesca – organizzazione “concorrente” di Blocco Studentesco, legato a CasaPound – non sono una novità: all’inizio del mese di gennaio, durante l’occupazione del “Galileo Galilei”, nel quartiere Esquilino, esponenti di questa formazione, si vantarono pubblicamente su Facebook di aver portato i saluti romani all’interno della loro scuola. Braccia tese che si vedono anche nelle loro manifestazioni pubbliche.
Preoccupazione viene espressa dall’Anpi, che, proprio a Roma, ha costituito recentemente un coordinamento romano antifascista a difesa dell’ordine democratico e della costituzione, denunciando, in quell’occasione, “la difficile situazione in cui versa la Capitale per quanto riguarda la sicurezza e il degrado sociale della città, offesa da scritte, atti e manifestazioni di chiaro stampo fascista”.
Tra le promotrici di questo coordinamento, Elena Improta, vice presidente Anpi Roma e Lazio (anche lei più volte insultata dai neofascisti): “La situazione è difficile e non è ammissibile che anche il solo entrare nelle scuole, per parlare di Memoria, sia diventata un’impresa e che chi porti avanti i principi democratici su cui si fonda la nostra Costituzione debba fare i conti con le minacce di questi gruppi”. L’Anpi ha anche preparato un dossier sulle varie iniziative di stampo neofascista riferibili a questo tipo di formazioni presenti nella capitale, e ha chiesto un incontro al prefetto, per affrontare la questione: “Gli chiederemo di discutere delle possibili iniziative atte a risolvere questi problemi”, spiega la Improta. Analoga richiesta di intervento viene rivolta al ministro Cancellieri da parte di Gasbarra, relativamente alla vicenda dell’Avogadro e ad “atti che, oltre a minacciare l’incolumità fisica degli studenti, lanciano gravi messaggi di odio e di disprezzo antisemita che offendono la dignità umana e il comune senso di appartenenza alla nostra società civile come comunità democratica fondata sui valori della Costituzione Repubblicana”.
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Richiamo definitivo per Vattani, il console “fascio-rock” a Osaka.
Mario Vattani non è più il console italiano a Osaka. Il diplomatico è stato richiamato ufficialmente e definitivamente in Italia e dovrà tornare in Giappone per il solo disbrigo delle formalità di rientro. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha quindi dato seguito alle sue parole di condanna, pronunciate alla fine di gennaio: “L’apologia del fascismo non è compatibile con il ruolo di servizio allo Stato” né con “la tradizione della diplomazia italiana”, aveva detto. Un commento che sembrava non lasciare alcuna via di scampo al console fascio-rock, rappresentante dallo scorso mese di luglio della Repubblica Italiana a Osaka e nostalgico cantore della Repubblica di Salò sui palchi di CasaPound. Oltre al richiamo, Vattani dovrà anche attendere altri 60 giorni la conclusione del procedimento avviato dalla Commissione di disciplina della Farnesina. Un provvedimento che deve aver spiazzato “Katanga”, questo il nome d’arte del leader della band dei “Sotto fascia semplice”, visto che nella sua memoria difensiva, il diplomatico ha criticato la decisione del ministero di volerlo giudicare per vicende da lui ritenute estranee alla sua attività professionale. In quel documento, Vattani, che per tre anni è stato anche consigliere diplomatico del sindaco Gianni Alemanno, ha rivendicato con orgoglio quello che lui definiva “un eccellente stato di servizio”.
Classe 1966, figlio del più potente Umberto Vattani (ex segretario generale della Farnesina e per anni presidente dell’ICE) è entrato nella carriera diplomatica nel 1991. E già in quegli anni si era fatto notare nella capitale come leader della musica identitaria, che animava gli incontri della destra più estrema: “Musica per camerati”, la chiamava nelle interviste in cui non compariva mai il suo nome reale. Voce degli “Intolleranza” prima, fondatore nel 1996 dei “Sotto fascia semplice”, non aveva mai cantato live: questo fino a quando qualcuno non ha caricato su Youtube una delle sue prime uscite pubbliche, presso “La tana delle tigri”, un raduno organizzato da CasaPound nei pressi dello stadio Olimpico. Nel video dello scandalo, divideva il palco con Gianluca Iannone, voce degli Zeta Zero Alfa, e veniva osannato da un pubblico che tendeva le braccia per i saluti romani. In quel periodo, Vattani era impegnato nelle missioni estere con il sindaco Alemanno, da Auschwitz ad Hiroshima (un incarico retribuito con oltre 228 mila euro lordi annui). I testi delle sue canzoni circolano nei forum neofascisti, ancora di più dopo il deferimento alla commissione disciplinare, che non ha potuto fare a meno di analizzare il pensiero del cantore neofascista. “Una repubblica fondata sui valori degli epuratori – recita ad esempio la canzone “Repubblica” – Da chi senza tante storie e con l’aiuto degli stranieri ha fatto fuori quegli ultimi italiani che fino alla fine hanno combattuto per un’altra repubblica”. L’altra Repubblica, in contrapposizione a quella italiana (che sarebbe “fondata sui valori della resistenza, sui valori della violenza, sui valori del tradimento e dell’arroganza”) è quella della Repubblica sociale, e rappresenta, per Vattani, “quella che ognuno di noi può incarnare attraverso la sua attività quotidiana, e non parlo solo di militanza”. I pestaggi che lo avrebbero visto per protagonista diventano un elemento di vanto, nelle canzoni dei “Sotto fascia semplice”. Nel brano “Ancora in piedi” racconta di quando, dopo essere stato malmenato nella facoltà di Scienze Politiche, a Roma, si è vendicato dei suoi aggressori: “Siamo tornati col Matto e con Sergio, siamo passati dalla porta di dietro. Vicino ai cessi dalla parte dell’aula quarta c’era il bastardo che mi aveva aggredito. L’abbiamo messo per terra e cercava di scappare, ma è rimasto appeso a una maniglia. Gli ho dato tanti di quei calci, ed era tanta la rabbia, che mi sono quasi storto una caviglia”.
La reazione del mondo politico era stata immediata, con Roberto Morassut che aveva presentato un’interrogazione parlamentare al ministro Terzi, spalleggiato da Paolo Corsini (Pd) e Giuseppe Giulietti, Gruppo misto e portavoce di articolo 21, insieme ai rappresentanti dell’Anpi nazionale, di Roma e del Lazio. Ma anche Cgil, Cisl e Uil si erano appellate al ministro Terzi, sollecitandolo a prendere provvedimenti. Poche le persone disposte a difendere Vattani, oltre al padre (“Non ho niente da dire, mio figlio è grande abbastanza e sta facendo benissimo il suo lavoro. Non c’è niente contro di lui, si sta difendendo e si difenderà”, aveva detto Umberto). Tra queste, Francesco Storace, leader della Destra, che aveva cercato di minimizzare l’accaduto: “Questa storia della punizione da infliggere al console per il gravissimo reato di musica alternativa è quanto di più ridicolo si possa sentire. Finitela, censori immondi, lasciate in pace l’arte, viva il nostro canto libero”. Naturalmente anche Iannone era sceso in campo in difesa del sodale: “Quello che sta succedendo a Vattani è una vergogna. Vi sembra giusto che debba pagare nella sua carriera diplomatica per aver solo esercitato la sua libertà di espressione e di ispirazione?”. Una libertà di espressione che, come dimostra il provvedimento adottato dal ministero degli Esteri, si è rivelata essere in contrasto con il giuramento sulla Costituzione da parte del console, rappresentante all’estero di una Repubblica fondata – nelle parole della sua band – “sulla lotta armata fatta da banditi e disertori, dinamitardi e bombaroli”.
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Baci gay, Giovanardi nega e denuncia la giornalista di Radio24.
Carlo Giovanardi ritratta e parte al contrattacco, presentando un esposto nei confronti di Roberta Giordano, la conduttrice della trasmissione di Radio24, che aveva mandato in onda le sue ultime dichiarazioni omofobe 1. I baci tra due donne, aveva sostenuto il responsabile Famiglia del Pdl, possono essere equiparati a chi fa pipì in pubblico e, quindi, andrebbero evitati. Ma, complice forse la presa di distanza dei suoi stessi compagni di partito, l’ex ministro Giancarlo Galan e il portavoce del Pdl Daniele Capezzone, il politico ultracattolico ha accusato la Giordano di aver manipolato le sue dichiarazioni, arrivando a definirla “una giornalista militante”. Accuse che all’autrice del programma sono da subito apparse infondate. Tra l’altro, l’audio della puntata della trasmissione “Non ci sono più le mezze stagioni” inchioda Giovanardi alle sue responsabilità. “C’è un taglio manipolatorio che collega l’inizio della prima risposta ad una risposta successiva omettendo tutto il ragionamento intermedio che dimostra come non esista nessun atteggiamento omofobo da parte mia, ma semplicemente la difesa di regole di buona educazione che devono valere per tutti, etero ed omosessuali”, sostiene però il senatore, secondo il quale non si dovrebbe continuare ”a strumentalizzare. Chi lo fa è evidentemente in malafede”.
Intervistato dalla Giordano lo scorso 11 febbraio, Giovanardi era stato molto chiaro nel paragonare il bacio tra due ragazze all’urinare in pubblico. Il senatore aveva anche fornito alcune nozioni di educazione sessuale, sempre in chiave anti-gay: “Ci sono organi costruiti per ricevere e organi costruiti per espellere. Ci sono anche faccende delicate. Ci sono problemi di batteri, che richiedono una grande attenzione nel momento in cui si fanno certe pratiche. Onde evitare malattie, ecc. Quindi nel momento dell’educazione sessuale nelle scuole, è normale, corretto e fisiologico dare un modello: gli organi dell’uomo e della donna sono stati creati per certe determinate funzioni. E non è altrettanto naturale il rapporto tra due uomini o due donne”. Frasi che avevano spinto Galan, nel giorno di San Valentino, a sottolineare che certe “affermazioni, pensieri, idee del tutto personali, non sono però espressione naturale di un partito che si fonda sulla libertà, come è il nostro”.
Per dimostrare che non c’era stata alcuna manipolazione da parte dell’emittente, il direttore di Radio24 aveva anche deciso di rimandare in onda, lo scorso 18 febbraio, la parte incriminata dell’intervista. Ma Giovanardi, che denuncia anche di aver ricevuto delle minacce di morte, è irremovibile: “Presenterò un esposto all’ordine dei giornalisti della Lombardia – spiega a Repubblica.it – chiedendo di accertare se la condotta della giornalista sia stata corretta. Il mio audio è stato manipolato e il dibattito politico che ne è scaturito è risultato inquinato da un collage di frasi”. “Nessun collage e nessuna manipolazione – replica la Giordano – abbiamo messo l’audio a disposizione di tutti. L’attacco di Giovanardi nei miei confronti è infondato e assurdo. Se si è reso conto di aver detto delle cose gravi, chieda scusa, oppure abbia il coraggio di difendere le sue idee”.
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“Ti sposerò”: il video di Arcigay per San Valentino.
Un video per rilanciare il tema delle unioni tra le persone dello stesso sesso, nel giorno di San Valentino. Si intitola “Ti sposerò” e deve il nome alla celebre canzone di Lorenzo “Jovanotti” Cherubini, che ha entusiasticamente aderito (con la Universal Music Italia) a questo lavoro firmato dall’Arcigay. Quattro mesi di lavori, attori e comparse scelte tra i volontari di Arcigay Brescia (inclusi amici e familiari), ma anche tra le mamme e i papà di Agedo, con il sostegno di numerosi sponsor privati. Il videoclip racconta la storia di una coppia di giovani ragazzi che decidono di sposarsi, in Comune, mentre un’altra coppia, formata da due ragazze, promette di fare lo stesso. Obiettivo del progetto, il primo del genere in Italia, è quello di raccontare la vita quotidiana delle persone omosessuali, stimolando, al tempo stesso, l’interesse e l’attenzione verso il tema dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. “Il desiderio di tante cittadine e cittadini che in Italia non possono ‘scegliere se dire sì’ necessita del giusto riconoscimento da parte di un paese che voglia dirsi civile ed europeo”, dice Luca Trentini, segretario nazionale di Arcigay.
Giovanardi-choc: “Bacio tra donne come fare pipì in strada”.
Due donne che si baciano in strada? Sono come “chi fa la pipì in pubblico”. Il senatore del Pdl, Carlo Giovanardi, ex sottosegretario con delega alla Famiglia, prosegue la sua personale “crociata” contro gli omosessuali e, durante un’intervista radiofonica, attacca anche il ministro del Welfare, Elsa Fornero. Affermazioni che scatenano la reazione virtuale del popolo Glbt, che sui social network e i blog attacca l’ultracattolico politico berlusconiano, noto prevalentemente per le sue posizioni intransigenti verso i gay. Paola Concia lancia anche un “mail-bombing” al suo indirizzo di posta elettronica: “Scrivetegli che l’omofobia è una malattia”, l’esortazione partita attraverso il profilo Facebook della deputata lesbica del Pd.
Non è la prima volta che Giovanardi esprime il suo fastidio nei confronti di baci scambiati in pubblico tra persone omosessuali. “Un bacio pubblico tra due uomini a me infastidisce. Un episodio ostentato di questo genere in un luogo pubblico dà fastidio”, ha ripetuto più volte, rilanciato sempre dai siti ultracattolici omofobi. Adesso, parlando ai microfoni di Radio 24, fornisce anche una lezione di educazione sessuale e di igiene. “Ci sono organi costruiti per ricevere e organi costruiti per espellere”, ha spiegato al suo pubblico radiofonico, aggiungendo poi: “Ci sono anche faccende delicate. Ci sono problemi di batteri, che richiedono una grande attenzione nel momento in cui si fanno certe pratiche. Onde evitare malattie, ecc. Quindi nel momento dell’educazione sessuale nelle scuole, è normale, corretto e fisiologico dare un modello: gli organi dell’uomo e della donna sono stati creati per certe determinate funzioni. E non è altrettanto naturale il rapporto tra due uomini o due donne”.
Nella sua ennesima invettiva contro i gay, non risparmia neanche la Fornero, che, recentemente aveva sottolineato come fosse importante superare “l’arretratezza culturale del nostro Paese” stabilendo che “la diversità è un valore, deve essere tra le cose che i bambini imparano da piccoli. I semi si gettano tra i bambini e soprattutto nelle scuole”. “Se il ministro – attacca il senatore – avesse inteso diversamente di insegnare che sono naturali anche i rapporti tra omosessuali avrebbe la rivolta del Parlamento”. Quanto al bacio tra due donne, non ha dubbi: “A lei che effetto fa se uno fa pipì? Se lo fa in bagno va bene, ma se uno fa la pipì per strada davanti a lei, può darle fastidio”.
La notizia rimbalza sui social network e su Twitter l’hashtag Giovanardi scala la vetta delle discussioni più popolari. Le associazioni Glbt reagiscono, con alcuni esponenti del movimento omosessuale che suggeriscono al politico di sottoporsi a una visita psichiatrica. “Sembra proprio che Giovanardi stia male. Qualcuno dovrebbe dirglielo anche nel suo partito. Paragonare il bacio tra due donne a fare la pipì per strada è il superamento di ogni altra dichiarazione omofoba precedente. Ormai sembra non avere più limiti. Questa sua ultima affermazione si commenta da sola. E’ frutto di una malattia, l’omofobia ma forse anche di qualcos’altro. Urge uno psichiatra”, scrive Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center.
Per Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, quelle espresse da Giovanardi sono delle “bestialità”, alle quali “non si può che rispondere con l’ironia e rammentargli, che tutta questa ossessione può far sospettare un problema di igiene mentale”. Arcigay sceglie di non replicare perché, come spiega su Facebook il suo presidente, Paolo Patané, “un personaggio simile disonora il Paese con la sua volgarità”, e “deve essere cancellato dalla scena pubblica in altro modo. Non intendo dare visibilità ad un uomo politicamente finito che cerca di esistere con la spazzatura verbale”.
Per il Pd, la prima a intervenire è Rosy Bindi, secondo la quale “Giovanardi non cessa di stupire per la sua mancanza di pudore e di equilibrio e per la sua pochezza”. “Anche oggi ha sfoderato il suo becero maschilismo, e ha offeso senza riguardo la dignità di tutte le donne – sottolinea la vicepresidente della Camera e presidente dell’Assemblea del Pd – ma soprattutto l’intelligenza e la sensibilità umane. Davvero non si sente alcun bisogno di opinioni così improvvisate, ridicole e pericolosamente sbagliate”.
La sua collega di partito, Concia, fa partire un mail-bombing, pubblicando l’indirizzo del senatore. “Le sue ultime dichiarazioni sono di una violenza inaudita e sconcertante: fanno ribollire il sangue a me, figuriamoci ai tanti giovani omosessuali che sono stanchi di subire quella che è una vera e propria ‘omofobia di Stato, poiché viene da chi dovrebbe rappresentare le istituzioni”, dice la Concia. “È arrivato il momento che tutto il Paese reagisca a questo clima d’odio e di diffamazione che certi esponenti politici con le loro affermazioni contribuiscono a coltivare ormai da tempo. Per questo motivo ho lanciato un appello a tutti i cittadini italiani che non si riconoscono in quelle parole e vogliono vivere in un Paese inclusivo e rispettoso nei confronti di tutti: a loro chiedo di inviare una mail all’indirizzo dell’ex sottosegretario scrivendo ‘L’omofobia è una malattia’”. Una richiesta che viene condivisa in maniera virale, lasciando suppore la partenza di centinaia di messaggi all’indirizzo della casella elettronica del senatore.
Per Fli interviene Flavia Perina, che pretende le pubbliche scuse da parte dell’ex sottosegretario: “Questi atteggiamenti razzisti, a maggior ragione se vengono da una personalità pubblica, non possono avere cittadinanza in un Paese europeo”.
Su Twitter si cerca di replicare con l’ironia. “Giovanardi che parla? Irritante come quelli che non raccolgono la pupù dei propri cani”, scrive Filippo Carraro, mentre Daniele Cassandro, parafrasandolo, evidenzia che “ci sono organi anche per pensare prima di sparare sciocchezze in pubblico”. Al fastidio espresso dal senatore nei confronti di due donne che si baciano in pubblico, Daniele Ferrari risponde: “A me invece dà fastidio che Giovanardi parli in pubblico”. Il sarcasmo è tutto negli interrogativi da 140 battute. Valentina: “Vogliamo parlare di una donna che bacia Giovanardi?”, mentre Natalia si chiede provocatoriamente: “Ma io ricevo o espello, che non ho capito bene”.
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Giuseppe Povia, prima insulta i gay poi cancella i commenti: “Colpa di un fake”.
Giuseppe Povia, il cantante che, nel 2009, ha portato sul palco di Sanremo la storia di Luca, un suo amico gay redento che sarebbe diventato eterosessuale, torna ad attaccare gli omosessuali, stavolta con alcuni commenti omofobi apparsi sulla sua pagina ufficiale Facebook. Frasi successivamente cancellate, ma salvate da alcuni utenti. Un tema, quello dell’omosessualità, di cui il cantautore milanese sembra servirsi sempre in chiave spregiativa, per offendere chiunque lo critichi. Il termine “gay” usato come se fosse insulto.
“Adesso ho capito – ha scritto Povia – Che per caso fate tutti parte dell’Arcigay? Ma se siete nati così non è colpa mia. Prendetevela con i vostri genitori e con la musica di merda che ascoltate. Però se vi serve una mano ditelo eh, posso darvi qualche supposta di Eterox”. Ma non è l’unico commento omofobo indirizzato contro gli utenti della sua pagina. “Per i tre sfigati che vengono a rompere, ho un pezzo rap da dedicarvi”, scrive ancora Povia, che butta giù una volgare strofa con riferimenti alle parte anatomiche maschili e femminili e che si conclude con “se sei gay prenditela con te”.
Gli screenshot dei commenti fanno il giro del web e arrivano anche sulla pagina ufficiale dei supporter di Nichi Vendola, “Pugliamo l’Italia”. Inizialmente, il cantante non risponde a quanti chiedono pubblicamente conto di quelle affermazioni. Poi arriva a dare la colpa dell’”incidente” ad un profilo falso che lo perseguiterebbe: “I commenti cosiddetti omofobi che avete letto con la mia foto, provengono da un profilo falso ripetutamente bannato. Non sono così scemo da postare delle frasi così stupide sui gay”. Una tesi, però, smentita da quanti hanno seguito e documentato in diretta l’evoluzione della polemica, che nel frattempo è sbarcata su Twitter: “Non esistono profili falsi con la stessa foto di Povia. Ne esiste uno solo, che è quello suo” e ancora “abbiamo salvato i commenti, sei un coniglio che si rimangia le parole”.
Ma il cantante sembra essere abituato, come documentato da diversi internauti, a far sparire ogni tipo di commento negativo. “Quando Povia ha pubblicato, due giorni fa, il video della canzone ‘Luca era gay’ – racconta il blogger Pasquale Videtta – io gli feci notare che quel brano era un insulto all’intelligenza. Alla fine ha rimosso il link alla canzone”. “Sono tre giorni che lo fa – scrive Mauro Baldini – Crea i link, noi lo commentiamo, lui ci offende e poi cancella tutto”.
Un rapporto decisamente più d’odio che d’amore, quello che lega il 39enne alla comunità omosessuale italiana, nonostante qualche tentativo di riconciliazione fatto pervenire attraverso delle interviste concesse a portali informativi Glbt. Del resto, le sue dichiarazioni anti-gay lo hanno trasformato nel portavoce, più o meno involontario, di quanti sostengono, ancora oggi, che l’omosessualità sia una malattia dalla quale si può guarire (“Luca era gay e adesso sta con lei” è l’incipit della canzone piazzatasi al secondo posto nella competizione canora all’Ariston). Tante le esternazioni che i gay non gli hanno perdonato e che, a suo dire, gli avrebbero anche fatto pervenire delle minacce di morte: “Per me che due gay o due lesbiche possano adottare un figlio non è affatto giusto. Il bambino chi chiamerà papà?”, “Freud diceva che l’omosessualità è contro natura e chi vuole cambiare può cambiare”, “gay non si nasce, ma lo si diventa in base a chi si frequenta”, “se un individuo omosessuale vuole cambiare, ha diritto di farlo”, “a un bambino che vede due uomini che si baciano non puoi dire che si tratta solo di due uomini che si vogliono bene, perché due che si vogliono bene non si baciano sulla bocca”.
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Roberto Bolle su Twitter contro senza-tetto: “Emblema degrado Napoli”.
L’ondata di gelo che ha investito nelle ultime ore Napoli ha spinto alcuni clochard a rifugiarsi, per sopravvivere, sotto i portici dello storico teatro San Carlo. Una scena che non è passata inosservata a Roberto Bolle, che su Twitter li ha definiti questa mattina “un emblema del degrado di questa città”. Il ballerino ha anche pubblicato una foto di alcuni di loro. Un tweet che ha suscitato numerose proteste, e che ha anche spinto Luigi de Magistris a rispondere all’étoile, sempre attraverso il popolare sito di microblogging. Il ballerino, di fronte alle richieste di pubbliche scuse, ha prima cancellato le affermazioni “incriminate”, salvo poi parlare di un “fraintendimento”.
“Scena mai vista davanti a nessun teatro – ha scritto Bolle, che si trova a Napoli per trovare un amico di vecchia data – . Né in Italia, né all’estero”, accompagnato dall’hashtag (la parola chiave che sintetizza l’argomento di un tweet) “basito” e da una foto dei portici. Poco dopo, l’étoile aggiunge: “I senzatetto che s’accampano e dormono sotto i portici del teatro San Carlo, gioiello di Napoli, sono un emblema del degrado di questa città”. La reazione del popolo di Twitter è immediata e l’ondata di critiche a 140 caratteri parte subito. “Ma chi si crede di essere Bolle?”, attacca Annalisa, mentre Ale Cianchettini scrive che la sua “osservazione dovrebbe valere per ogni luogo per le condizioni di vita di quelle persone e non perché sono davanti al teatro”.
Barbara Collevecchio definisce le sue parole “tristi”: “Non è indecoroso come dici tu ma molto triste! Non schifarti e dà una mano! Questo è amore per la bellezza: umanità”. Qualcuno fa notare che quelle persone non hanno alternative alloggiative: “Se non ci sono luoghi di accoglienza, allora ha senso parlare di decoro”; “sono il simbolo del degrado della società di cui facciamo parte”, sottolinea Paolo. Interviene anche Francesco Borrelli, esponente campano dei Verdi, che lancia una proposta: “Perché non vieni a darci una mano di notte a sfamare e riscaldare i senza tetto a Napoli?”. “Credo che Bolle dovrebbe chiedere scusa per quello che ha pensato e ha pure scritto. Parole degne di un leghista”, afferma poi il Verde.
Il ballerino cerca di correre ai ripari, facendo sparire foto e tweet. Ma come si insegna nel film “The Social Network”, “il web non è scritto a matita, ma a penna”. Le sue parole restano, immortalate da alcuni utenti. Ed ecco la risposta di de Magistris, che, attraverso il suo staff, ricorda “le azioni intraprese per i senza fissa dimora”. “Nessuna polemica (anzi) con Roberto Bolle – si correggono poco dopo – Stiamo seguendo il problema”. Bolle, inizialmente, glissa. Ma, intanto, l’indignazione monta di tweet in tweet , e sembra anche entrare in gioco l’orgoglio dei napoletani, che si sentono offesi da quelle parole: “Napoli non può essere offesa da chi non è napoletano”, scrive, infatti, Matteo, con Linda che fa notare come “questo degrado si trovi ovunque, pure a Milano”.
“Saranno pure un emblema del degrado, ma dopo questo tweet rispetto molto più loro di te”, è il duro commento di Annalisa, mentre per Bob Sinisi, quello di Bolle “è uno scollamento dalla vita reale, patologia diffusa tra i vip”. Anna invita provocatoriamente l’étoile a “svegliare e cacciare i clochard”: “Lo faresti con il gelo di questi giorni?”.
Quando ormai la polemica ha infervorato gli animi di larga parte dei suoi oltre 49mila follower, Bolle cerca di correggere il tiro, sostenendo di essere stato frainteso: “Il mio attacco non era rivolto ai senzatetto, le persone più bisognose d’aiuto. Non è nella mia sensibilità. Credo di averlo sempre dimostrato”. E poi, rispondendo al sindaco De Magistris, che gli aveva elencato le attività del Comune in favore delle persone disagiate, l’étoile della Scala si dice “felice di leggere tutte le iniziative per aiutare i senzatetto. In questo periodo di freddo e crisi più importanti che mai”.
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Studente del Giulio Cesare: inno alle SS su Facebook.
Offende le vittime della Shoah, negando l’esistenza dei campi di concentramento e inneggia alle SS naziste “martiri per l’Europa” nel giorno della Memoria, il 27 gennaio scorso. Insulti antisemiti e affermazioni di stampo neonazista apparse, nelle ultime settimane, sul profilo Facebook di Jacopo Giustiniani, uno dei quattro rappresentanti degli studenti eletto lo scorso ottobre con la lista di Testudo (destra) nel consiglio di istituto del liceo classico Giulio Cesare.
L’alunno dello storico liceo di corso Trieste mercoledì scorso, al termine di un incontro con un testimone sopravvissuto alla Shoah e con il sindaco Alemanno, fa sue le folli tesi dei negazionisti, arrivando a sostenere che un famoso film sulla tragedia dell’Olocausto sia, in realtà, “una fantasy story”.
A una compagna di scuola che gli contesta pubblicamente quell’affermazione, risponde che i campi di concentramento non sono mai esistiti. Giustiniani, appassionato di calcio e militante negli ultras della Roma, si è anche servito di battute antisemite per definire i tifosi del Genoa e della Lazio e, in un commento, ha invocato il dottor Josef Mengele.
Tra le foto pubblicate sul social network, spicca un primo piano del nazista Léon Degrelle in divisa da SS, ma anche uno suo scatto in classe con i baffi nell’imitazione di di Hitler. Nel giorno dell’anniversario sulla Marcia su Roma ha scritto: “89 anni fa nasceva un sogno, nonostante l’odio e le menzogne il vento soffia ancora, a volte ritornano”. Travasi neonazi anche nel tifo: quando il 21 gennaio la Roma ha battuto il Cesena, con un gol di Pjanic, Giustiniani può esultare: “Camerata Pjanic sieg heil”.
Link al pezzo originale su Repubblica.
Africa, Ban Ki-Moon chiede di rispettare i diritti dei gay.
A pochi giorni dal primo anniversario della morte di David Kato, l’attivista gay barbaramente ucciso in Uganda, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, lancia un monito ai Paesi africani, in difesa dei diritti delle persone omosessuali. Lo fa parlando ad Addis Abeba, durante il 18° summit dell’Unione africana, di fronte ai capi di stato e di governo di Paesi in cui i gay non solo non vengono tutelati, ma possono anche essere uccisi. Nella stragrande maggioranza degli Stati, l’omosessualità è un reato, e le persone Glbt rischiano il carcere. Le violenze (oltre alle discriminazioni) sono spesso incoraggiate dalla stampa locale ma anche dai leader politici. Le eccezioni sono poche: una di queste è rappresentata dal Sud Africa (quando, qualche giorno fa, il re degli Zulu ha insultato i gay, è stato ripreso dal presidente sudafricano, che ne ha preso le distanze).
La discriminazione sulla base dell’identità sessuale “è stata ignorata o perfino approvata da numerosi Stati per troppo tempo”, ha sottolineato oggi il numero uno dell’Onu. “Questo ha spinto i governi a trattare le persone come cittadini di seconda classe, o perfino come criminali. Combattere queste discriminazioni è una sfida, ma non dobbiamo abbandonare le idee della Dichiarazione universale dei diritti umani”. Per Ban Ki Moon, “il futuro dell’Africa dipende anche dall’investimento nei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali”. Oltre alle Nazioni Unite, anche gli Stati Uniti (nella persona del segretario di Stato, Hillary Clinton), Francia e Regno Unito, hanno più volte esercitato pressione sugli Stati africani che discriminano le persone gay, minacciandoli anche di far interrompere il flusso di aiuti occidentali, nell’ipotesi in cui l’omosessualità non dovesse essere depenalizzata.
E’ ancora vivo il ricordo della morte dell’attivista David Kato, ammazzato il 26 gennaio dello scorso anno all’età di 47 anni, presso la sua abitazione, dopo una campagna di odio che, in Uganda, continua ad essere alimentata ai predicatori evangelici nelle piazze delle periferie causando una versa e propria caccia agli omosessuali. Ancora oggi è in piedi una proposta di legge che chiede la pena di morte per i gay. Nell’ottobre del 2010, la rivista scandalistica Rolling Stone pubblicò le foto di 100 attivisti gay, con la richiesta di arresto e impiccagione. Tra questi c’era pure Kato, che venne poi assassinato nella sua abitazione a colpi di spranga. Messaggi di cordoglio per la sua morte arrivarono dall’Unione Europea, dal Dipartimento di Stato Usa, e varie associazioni tornarono a sollecitare la comunità internazionale ad esercitare pressioni sugli Stati africani.
Una nuova campagna è partita in questi giorni, ad opera del gruppo Everyone, per impedire che un giovane africano sia deportato da San Diego alla Nigeria. Becley Aigbuza, 28 anni, era fuggito in America dopo essere stato torturato e stuprato nel suo paese d’origine. Lo scorso anno aveva inoltrato al Governo degli Stati Uniti la richiesta di cittadinanza americana, ma ora è a rischio di espulsione per aver richiesto una carta di credito con un falso nome. “Nel 2008 – raccontano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti di EveryOne, che seguono il caso – in un viaggio in Nigeria per fare visita alla zia paterna, scoperta la sua relazione con un ragazzo del posto, è stato da questa denunciato alle autorità di Benin City e prelevato da casa dalla polizia. Portato in una caserma, Becley è stato dapprima picchiato a sangue da alcuni detenuti, dopo che questi erano stati informati dai poliziotti della sua omosessualità, e successivamente torturato con dell’acido da tre agenti, che lo hanno sodomizzato a turno, per ore, usando una bottiglia di birra. Il giovane gay si è risvegliato in ospedale, con gravi ferite ed ecchimosi su tutto il corpo, una mano rotta e un testicolo mutilato”. Becley è riuscito a fuggire dall’ospedale e, grazie all’aiuto di un parroco che gli ha procurato un nuovo passaporto, a imbarcarsi di nuovo in un volo per San Diego, dove dall’età di undici anni viveva con il padre. “Mio padre e tutti i miei familiari in Nigeria – ha raccontato Becley agli attivisti del Gruppo EveryOne – hanno giurato di uccidermi, ‘per pulire l’abominio e la vergogna che ho portato in famiglia col mio essere gay’”. In queste ore, riferisce l’associazione, stanno arrivando da tutto il mondo centinaia di richieste di sospensione della deportazione: saranno tutte girate al presidente Obama.
Un messaggio importante, quello di Ban Ki Moon, come rileva Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, che dovrebbe essere “recepito” anche dall’Italia: “Ricordiamo che anche nel nostro Paese i gay sono discriminati. Certo, a differenza dell’Africa, da noi non ci sono leggi che condannano l’omosessualità, ma il nostro Paese non attua nessuna politica attiva contro le discriminazioni. E per questo, pur essendo tra i Paesi fondatori dell’Unione Europea, siamo visti come fanalino di coda per i diritti civili. Basti pensare che l’amministrazione Obama è da tempo in prima fila per difendere i diritti dei gay, che sono stati recentemente definiti diritti umani. Dal punto di vista diplomatico è stato molto importante”. L’Italia, per Mancuso, “dovrebbe esercitare il suo ruolo nelle Nazioni Unite e in Europa, perché si tutelino le persone omosessuali in tutto il mondo. Qualcosa è stato fatto: grazie al governo Prodi, è stato, infatti, introdotto l’asilo per ragioni umanitarie per le persone omosessuali. Io personalmente ho seguito molti ragazzi africani, fuggiti in Italia, che hanno richiesto e ottenuto questo status”. Un plauso a Ban Ki Moon arriva da Paolo Patané, presidente nazionale di Arcigay: “Parole, quelle del segretario, coerenti con un rinnovato impegno, a livello internazionale, nella lotta ai crimini d’odio nei confronti delle persone omosessuali e transessuali, da parte di Onu, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia”. “E l’Italia dov’è? – si chiede polemicamente Patané – a quale comunità internazionale partecipa? A quella che vuole cambiare e migliorare il mondo o a quella che vuole continuare ad assistere silenziosamente ai massacri di persone lgbt in Africa, e non solo, per non imbarazzarsi del nulla normativo nazionale?”. L’Arcigay lancia anche un appello al presidente del consiglio, Monti: “Vorremmo che su questo il governo riflettesse. In Africa le persone omosessuali e transessuali muoiono per assenza di diritti, ma in Italia certamente non vivono da cittadini. Esiste per noi in questo Paese un diritto all’esistenza con vere pari possibilità? Arcigay chiede che l’Italia torni grande in Europa, anche con i diritti, impegnandosi ad una svolta positiva per l’approvazione della Direttiva orizzontale in materia di parità”.
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Giornata della memoria, a Como il convegno dei negazionisti.

Un incontro per negare la Shoah. Nel giorno della memoria, che viene definito “pesce d’aprile ebraico” un gruppo di neofascisti si è dato appuntamento a Como, per un convegno negazionista. Nelle ultime ore, il tam tam si sta diffondendo su Facebook e sui blog negazionisti italiani, oltre che sui forum neonazisti. Annunciata la presentazione, per la prima volta, un documentario, che, a breve, sarà fatto circolare sul web. “Wissen macht frei”, il titolo, in tedesco (“la conoscenza rende liberi”), che si richiama alla scritta”Arbeit macht frei” collocata sull’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz. Tra gli organizzatori dell’incontro, secondo quanto reso noto dagli stessi, ci sono Forza Nuova Lario e l’associazione culturale Quattrocentodieci. Tra di loro figurano anche neofascisti che animano il forum Stormfront. L’onorevole del Pd Emanuele Fiano ha chiesto in serata l’intervento del prefetto di Como.
“Forza Nuova Lario e l’Associazione Culturale Quattrocentodieci sono liete di comunicare che il giorno 27 gennaio nei locali di via Napoleona, 1 – Como, a partire dalle ore 21:30, si terrà una conferenza sul Revisionismo Olocaustico”, è l’incipit l’invito, partito anche via e-mail. E proprio in via Napoleona, secondo le informazioni reperibili sul sito ufficiale di Forza Nuova Lario, si trova la sede del movimento di estrema destra. All’incontro interverranno anche due relatori, di cui, però, non viene reso noto il nome. “Per ragioni di sicurezza e considerata la costante presenza nel web di ‘agenti dell’Hasbarà e ‘Sayanim’ – viene spiegato – i nomi dei due relatori non verranno divulgati”. L’ingresso non sarà aperto a tutti: “Solo le persone conosciute o invitate potranno prendervi parte: non abbiamo intenzione di trasformarci nei “capri espiatori” dell’odio e non abbiamo alcuna vocazione a divenire gli “agnelli sacrificali” di un certo tipo di ‘stampa democratica’”. Ulteriori informazioni si ricevono contattando un indirizzo e-mail, pubblicato in calce all’invito.
Secondo quanto è trapelato in queste ore, il documentario “Wissen macht frei” è costato un anno di lavoro, da parte dei neofascisti, che hanno raccolto le testimonianzedei principali negazionisti, Faurisson in testa. In alcuni casi, hanno anche provveduto a sottotitolarli. E’ il primo passo per poter divulgare le folli tesi di quanti negano la Shoah, contestando le verità della Storia. “Il documentario che verrà proiettato è da considerarsi ancora una versione ‘in via di sviluppò – hanno fatto sapere gli organizzatori in un commento pubblicato su un blog negazionista – pertanto potrebbe subire delle modifiche seppur piccole e relative alla forma più che ai contenuti. Appena terminato verrà messo a disposizione”. Si pensa già a pubblicarne una prima versione su Youtube. “Per adesso non è in rete – viene fatto sapere – l’ha fatto uno dei due relatori. Al momento ne esistono solo due copie. In attesa di metterlo in un sito amico faremo un po’ di copie per chi è interessato”.
Intanto, sul Forum Stormfront, un apposito thread, aperto dall’utente “biomirko”, invita i simpatizzanti neonazisti a presentarsi in via Napoleona. Messaggio che viene accolto da commenti di approvazione e insulti alla Giornata della memoria. “E pensare che per quella data, a noi a scuola faranno una conferenza di tutt’altro tipo”, scrive ad esempio “Glemselens”. Gli dà ragione “Evoliano”: “Il giorno in questione solo iniziative che riguardano il presunto olocausto con le solite storielle montate ad arte e il solito bombardamento mediatico”. A chi li invita a fare attenzione ad eventuali contestazioni, “biomirko” risponde che i presenti saranno protetti da un forzanovista. I militanti di estrema destra sono convinti di poter agire indisturbati: “Non ci sarà alcun gruppo di disturbo – scrivono – A Como si cagano addosso, non rischiano di farsi spaccare in quattro la capoccia per impedire una conferenza non pubblica. Sanno bene fin dove si possono spingere e quando. E quel ‘quando’ non sarà stasera”.
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Giornata della memoria, parlano i testimoni: “Continueremo a raccontare”.
Pietro, Giuseppe, Andra e Tatiana, Sami, Sabatino, Michele. Sono seduti, nel salone dei Corazzieri, insieme agli alunni delle scuole, provenienti da tutta Italia, che hanno partecipato al concorso “I giovani ricordano la Shoah”. Alcuni ragazzi li riconoscono e li salutano, perché li hanno sentiti parlare nelle visite nei campi di sterminio. Sono loro la voce della Shoah, gli ultimi testimoni a poter raccontare ciò che hanno visto negli anni dell’orrore.
La giornata della Memoria, per loro, non si celebra solo oggi, ma viene vissuta ogni singolo giorno. Nei viaggi della memoria, negli incontri nelle scuole, nelle interviste. Migliaia di studenti incontrati, ogni mese, per trasmettere loro il testimone di cosa abbia significato il piano di sterminio dei nazisti. Ascoltano il presidente della Repubblica 1, Giorgio Napolitano, e alla fine diranno tutti di aver apprezzato il suo discorso. Alcuni sono rimasti colpiti dalla sua commozione, quando ha ricordato la sua visita ad Auschwitz, con Giovanni Spadolini. Già oggi pomeriggio, alcuni di loro partiranno per prendere parte ad altre visite nelle scuole.
Pietro Terracina, 83 anni, deportato nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, all’età di 15 anni insieme alla famiglia, racconta del suo “tour de force” tra i giovani: “Non mi fermo mai, giro tutta l’Italia per vedere gli studenti, e la cosa mi rende felice. Per i ragazzi, sentirci parlare, ha un impatto notevole, e li aiuta a capire cosa sono stati quegli anni. Dopo i viaggi nei campi di sterminio, gli studenti sono cambiati, più maturi”. Con loro rimane in contatto attraverso l’e-mail e persino Facebook: “Ma purtroppo non riesco a rispondere a tutti – dice Pietro, quasi a volersi scusare – Mi piace continuare a parlare con questi giovani”.
Giuseppe di Porto, classe 1923, venne arrestato dai fascisti durante i rastrellamenti nella zona della sinagoga di Genova. E’ riuscito a sopravvivere ad Auschwitz. Là, per i nazisti, aveva cessato di essere Giuseppe ed era diventato una matricola: 167988. “Ho vissuto due deportazioni – racconta oggi – Quella mia e quella di mia moglie. Lei, però, non me ne ha mai voluto parlare”. E, invece, Giuseppe parla, ricorda. Si è sposato con Marisa dopo essere stato liberato. “Mi piace stare tra i giovani – dice – cercare di far capire loro questa Storia, anche se a volte ho l’impressione che non ci sia abbastanza tempo”. Per questo partecipa agli incontri nelle scuole. “Una volta, una professoressa, al termine del mio discorso, mi definì professore. Allora le dissi che io avevo soltanto la quinta elementare. Mi disse che parlavo meglio di un professore”.
Andra e Tatiana Bucci, 72 e 74 anni, sono due sorelle di Fiume, deportate all’età di 4 e 7 anni nel Kinderblock di Auschwitz. La loro è una delle pochissime storie di bimbe sopravvissute. Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah, le chiama sempre “le bambine”. Ogni volta che parlano del loro cuginetto Sergio de Simone – deportato con loro, fu usato come una cavia dal dottor Josef Mengele, prima di venire impiccato – si commuovono. Ascoltano il presidente, in silenzio, e apprezzano le sue parole. Accanto a loro c’è Sabatino Finzi. Viveva a Roma, nel Ghetto, e il 16 ottobre del 1943 venne spedito con la famiglia ad Auschwitz. E’ stato l’unico della famiglia a salvarsi. “Io sono stato l’unico a farcela e oggi provo tanta nostalgia per tutte le persone che non ci sono più”, dice. Ha solo un timore, ovvero che passata la giornata della Memoria, “si dimentichi tutto”.
Prima di Napolitano, aveva parlato il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo. Quando lascia la sala, si ferma a salutare Sami Modiano, 81 anni. Si abbracciano. Sono stati, pochi giorni fa, insieme a 150 studenti ad Auschwitz. Ebreo italiano, Sami viveva sull’Isola di Rodi, da dove fu deportato ad Auschwitz all’età di 13 anni e mezzo. Oggi è con la moglie, Selma Doumalar, che lo segue in tutti i viaggi. Vivono ad Ostia, anche se a casa stanno poco: “Non saprei neanche dire quanti viaggi abbiamo fatto e continuiamo a fare. Ad Auschwitz siamo stati, solo l’anno scorso, quattro o cinque volte. Ma giriamo anche per l’Italia”. La loro è una missione, ne è convinto Sami, che “arriva dall’alto”: “Il Padreterno ci ha resi missionari, per tramandare alle nuove generazioni quello che abbiamo vissuto”. “Napolitano ha tenuto un discorso che ci onora – commenta – e anche le parole del Ministro e l’annuncio della firma del protocollo di intesa con l’Ucei sono un segnale importante, speriamo che si continui così”.
Alcuni insegnanti, prima di lasciare la sala, si fermano a salutare i testimoni. Tra di loro c’è anche Michele Montagano, classe 1921, internato militare nei campi nazisti e nello straflager KZ di Unterlüss. “Mi sono salvato perché la guerra stava per finire e, quindi, invece che spararmi, mi condannarono al carcere a vita”, racconta. “Sono stato in sette campi diversi, e oggi era importante esserci, come ogni anno. Non sono mai mancato alla cerimonia con il presidente. Il suo discorso e quello dei Renzo Gattegna, presidente dell’Ucei, è stato bello”, dice. Qualcuno pensa già al prossimo viaggio. “Con la Provincia di Roma andremo ad Auschwitz, ad aprile”, racconta Terracina. Il lavoro sulla memoria non conosce soste.
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Giornata della memoria, gli stermini dimenticati.
Aktion T4, Porrajmos e Omocausto. Hanno un nome, quelli che in molti definiscono gli Olocausti dimenticati. Disabili, rom e omosessuali sterminati durante gli anni del nazismo, grazie anche al ruolo svolto dai regimi fascisti collaborazionisti.
Spesso non hanno più un volto e una voce, perché furono in pochi a sopravvivere ai folli piani di sterminio messi in atto da Hitler e a poter, quindi, trasmettere quella Memoria, fondamentale per tramandare le atrocità commesse dall’uomo. Anche la matematica dell’orrore, quella che dovrebbe documentare e far comprendere nella sua brutalità numerica, con le cifre delle persone morte, la portata di questo sterminio, deve fare i conti con documenti fatti sparire o con (è il caso dei rom) l’assenza di una tradizione scritta. Oppure, come avviene per i gay, con la negazione della loro omosessualità, anche dopo la liberazione dai campi di concentramento.
Anche i Testimoni di Geova furono perseguitati, tra il 1933 e il 1945 (diecimila internati, prevalentemente tedeschi): a loro veniva anche offerta – invano – la possibilità di rinunciare al loro credo religioso, in cambio della libertà. Olocausti che – come hanno fatto notare, non senza qualche polemica, alcune associazioni – si è spesso cercato di dimenticare. E sono proprio le associazioni come l’Avi (per la tutela delle persone disabili), Arcigay e Gay Center, Opera Nomadi e Aizo (rom e sinti) ad aver organizzato, nella settimana della Memoria, alcuni eventi, in tutta Italia, per cercare di far conoscere, ad esempio, l’Aktion T4, il programma nazista di eutanasia che, in nome dell’igiene della razza cara ai nazisti, portò alla soppressione di almeno 70mila persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da malformazioni fisiche.
O l’Omocausto, che portò alla morte di almeno 7mila omosessuali nei campi di sterminio nazisti (oltre alle decine di migliaia di persone che vennero condannate sulla base del Paragrafo 175, quello che puniva gli atti e, persino, le fantasie omosessuali). E, infine, lo Porrajmos, che in lingua romaní indica la “devastazione”: furono più di mezzo milione i rom e i sinti morti nei campi di sterminio. I piani di sterminio degli zingari vennero attuati non soltanto nei territori annessi dal dominio nazista, ma anche da parte dei governi collaborazionisti, come la Romania e la Jugoslavia, che furono, insieme alla Polonia, tra i principali teatri di questa persecuzione. Ad Auschwitz erano rinchiusi nel tristemente noto Zigeunerlager, ed erano contraddistinti dal triangolo marrone. Come Barbara Ritter, cecoslovacca rom, scomparsa due anni fa. Una delle poche persone a raccogliere la sua testimonianza, durante un incontro che si è tenuto a Ginevra, è stata Carla Osella, presidente dell’Aizo (Associazione Italiana Zingari Oggi). A lei ha raccontato della deportazione nel campo, nel reparto dell’”angelo della Morte”, quel Josef Mengele noto per i suoi esperimenti medici e di eugenetica che svolse usando come cavie umane i deportati, anche bambini. “Barbara venne rinchiusa nel lager di Mengele, e qui sottoposta ad una serie di esperimenti. Le inocularono la malaria, per vedere se era in grado di guarire. Non morì, a differenza di tante persone, tutti bambini, che erano con lei”, racconta Osella. “Uno dei racconti più atroci che mi fece, fu quello che vide per protagonista un bimbo, ad Auschwitz. Per tenere buoni i bambini, Mengele era solito dar loro della cioccolata. Un giorno prese uno di questi e, proprio di fronte a Barbara, gli sparò, senza alcuna apparente motivo”.
Barbara assistette anche a numerosi tentativi di ribellione, da parte dei rom, nei confronti dei soldati nazisti. “La Ritter si salvò, perché, dopo essere stata trasferita a Buchenwald, riuscì a fuggire, mentre chi era rimasto ad Auschwitz fu ucciso”, ricorda ancora la presidente dell’associazione. Ma i racconti come questo sono pochi. “Non ho notizia, in Italia, di nessun rom sopravvissuto all’Olocausto, che sia ancora in vita – dice Massimo Converso, presidente dell’Opera Nomadi – E poi c’è il problema, a livello di trasmissione della memoria, dell’assenza di una tradizione scritta. I rom erano spesso analfabeti”. Mezzo milione i morti certi, anche se di moltissimi zingari si è persa ogni traccia, senza che si possa dire con certezza che siano stati uccisi dai nazisti. E questo potrebbe spiegare perché altre stime parlino di un milione e mezzo di morti. In provincia di Viterbo, a Blera, ne vennero chiusi una cinquantina in un campo di concentramento repubblichino, sconosciuto ai più. “Dal settembre del 1943 al giugno del 1944″, spiega Converso, che ieri, a Roma, ha preso parte alla tradizionale fiaccolata che ricorda i rom uccisi. Silvia Cutrera, a capo dell’Avi (associazione per la vita indipendente) è, invece, riuscita a intervistare il tedesco Friedrich Zawrel: classe 1929, venne internato nello “Am Spiegelgrund”, un ricovero, a Vienna, per bambini “disturbati mentalmente”, e che, sotto il Terzo Reich, fu trasformato in “centro dell’orrore”. Era considerato affetto da comportamento deviato, perché figlio di un alcolizzato non in grado di prestare servizio militare: in più aveva anche marinato alcune lezioni, a scuola. “Ha personalmente assistito agli esperimenti condotti sui bambini, ricoverati insieme a lui – racconta la Cutrera – Non venivano uccisi, ma si somministravano loro farmaci, per vedere chi riusciva a vivere più a lungo oppure per studiare le loro reazioni. Anche lui fu costretto a prendere medicine letali”. Dopo aver subito molestie e violenze, ha cercato di fuggire. Riacciuffato, è stato segregato per un anno in una cella di isolamento: è riuscito a salvarsi soltanto grazie all’aiuto di una infermiera.
Rosa era, invece, il colore del triangolo che indicava, nei campi di concentramento, gli omosessuali. “Le stime sui morti, in questo caso, sono difficilissime – racconta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center – perché molti non volevano ammettere di essere omosessuali. Altri vennero portati nei campi di concentramento per altri motivi e, quindi, la loro omosessualità non emergeva”. “E’ una storia cancellata, la loro”, dice Porpora Marcasciano, presidente del MIT (movimento di identità transessuale), “anche per colpa di quel pudore cattolico che porta a censurare determinati argomenti. E bisogna considerare che molti gay erano anche deportati politici e non avevano alcuna intenzione di dichiarare il loro orientamento sessuale, anche una volta liberati”. Tra i pochi – è forse l’unica, in Italia, a poter ancora ricordare quegli anni di persecuzioni – c’è la transessuale Lucy, che entrò nel campo di sterminio di Dachau come Luciano. E che, nel 2010, per la prima volta, è tornata a visitare il luogo dal quale è riuscita miracolosamente a salvarsi. Alcuni volti di omosessuali internati ad Auschwitz sono esposti, da giovedì, nell’ambito di una mostra, allestita a Roma, nella sede del Municipio XI, curata da Gay Center e Arcigay Roma, con il supporto della comunità ebraica di Roma e dell’Ucei. “Di Omocausto si è iniziato a discutere in Italia grazie a quegli studiosi, soprattutto tedeschi, che hanno sollevato il caso – osserva Aurelio Mancuso, presidente di Equality – Fino a non molto tempo fa, una ventina di anni fa, non si parlava affatto delle vittime omosessuali. C’erano anche difficoltà relative alle fonti e ai documenti”. “Bisogna poi ricordare quelle centinaia di persone mandate al confino dal regime fascista – aggiunge Mancuso – e che, comunque, rientravano nelle persecuzioni dell’epoca contro gli omosessuali”. Mancuso evidenzia anche il ruolo chiave svolto dalle comunità ebraiche italiane nel portare alla luce la questione dell’Omocausto: “Si è fatto molto lavoro comune, fondamentale per una memoria condivisa, e tanti rabbini si sono pronunciati in merito alle persecuzioni dei gay durante il periodo nazista”.
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Costa Concordia, 11mila euro di indennizzo per ogni passeggero.
Sarà di undicimila euro l’indennizzo che la Costa crociere riserverà ai naufraghi della Concordia, oltre ad una media di tremila euro, per persona, come rimborso delle spese sostenute (come il costo della crociera, il viaggio e anche gli extra). Sarà anche fornita un’assistenza psicologica mirata, a chiunque ne faccia richiesta. E’ il risultato della trattativa fiume, durata quasi sedici ore, chiusa nella notte tra la Costa Crociere, assistita da Astoi Confindustria Viaggi e le principali associazioni dei consumatori italiane (Acu, Adiconsum, Adoc, Adusbef, Altroconsumo, Assoconsum, Assoutenti, Casa del Consumatore, Cittadinanzattiva, Ctcu, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori). Un confronto segnato anche da momenti di tensione, e a cui non ha preso parte il Codacons, che lancerà una class action internazionale. “Obiettivo della trattativa, condiviso da tutti i presenti, è stato quello di trovare soluzioni conciliative e transattive che puntino alla migliore soddisfazione dei passeggeri coinvolti nella vicenda di Costa Concordia, evitando le lungaggini e gli aggravi di spese conseguenti all’eventuale instaurazione di un giudizio”, spiega una nota diffusa in mattinata.
Nel dettaglio, l’intesa, firmata nella sede di Astoi Confindustria, in piazza Quadrato della Concordia, prevede un risarcimento di 11mila euro a persona a titolo di indennizzo, a copertura di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti, inclusi quelli legati alla perdita del bagaglio e degli effetti personali, al disagio psicologico patito e al danno da vacanza rovinata. Ma saranno anche rimborsati: il valore della crociera, comprensivo delle tasse portuali; i transfer aerei e bus, inclusi nella pratica crociera; le spese di viaggio sostenute per il rientro; eventuali spese mediche sostenute; tutti gli extra sostenuti durante la crociera.
“L’importo forfettario concordato a titolo di risarcimento è superiore ai limiti risarcitori previsti dalle convenzioni internazionali e dalle leggi vigenti – sottolinea in una nota Astoi Confindustria Viaggi – Tale importo verrà riconosciuto indipendentemente dall’età del passeggero, considerando anche i bambini, sebbene non paganti. Costa si è impegnata altresì a non dedurre, da tale cifra, quanto eventualmente percepito dai clienti per rimborsi assicurativi legati a polizze individualmente stipulate”. “E’ un accordo storico, che chiude una vicenda drammatica – dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc – una vera class action stragiudiziale, che risarcisce anche il danno biologico per stress e vacanza rovinata in modo congruo. E’ un accordo democratico, che non fa distinzioni né di ceto né dei Paesi di provenienza dei passeggeri, vale in tutto il mondo e la Costa Crociere lo diffonderà nelle varie lingue. L’accordo, che interessa circa 3.000 passeggeri di 60 diverse nazionalità, di cui circa 900 sono italiani, è erga omnes, valido per tutti e non solo per chi decide di fare causa. Stimiamo che ad aderire all’accordo sarà l’85% degli interessati, che riceveranno direttamente da Costa Crociere la proposta e la modulistica per l’accettazione”.
Secondo le stime dei consumatori, un nucleo familiare composto da due persone, vedrà riconosciuto un importo forfettario di 22.000 euro, così come un nucleo familiare di due adulti e due bambini arriverà a 44.000 euro. L’intera proposta non riguarda le famiglie delle vittime ed i passeggeri feriti: per questi naufraghi, l’indennizzo sarà superiore e, naturalmente, terrà conto della gravità del danno subito dai singoli.
La Compagnia restituirà, una volta completate le operazioni di recupero della nave, anche tutti i beni presenti nelle casseforti delle cabine. Infine, viene offerta la possibilità di cancellare, senza penali, le crociere prenotate prima del naufragio, su tutte le proprie rotte, entro il 7 febbraio.
Nella sede di Genova di Costa, per procedere agli indennizzi, saranno istituite due unità operative. Gli accrediti degli importi avverranno entro 7 giorni dall’accettazione della proposta di Costa da parte dei consumatori. Costa Crociere metterà a disposizione un indirizzo e-mail (rimborsiconcordia@costa.it) ed un numero per le informazioni (848505050).
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Nasce una rete di professori universitari per la Memoria della Shoah.
Una Rete nazionale, unica nel suo genere, nata per unire, sostenere e incoraggiare quei docenti universitari che puntino ad approfondire lo studio della Shoah e della sua didattica, coinvolgendo gli studenti, ma anche i loro colleghi. Pronti a sfidare quei rigurgiti negazionisti e antisemiti che, da tempo, si vanno affacciando, a livello cattedratico, nei nostri atenei. Presentata ufficialmente dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, e dal ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, alla presenza dell’ex ambasciatore israeliano a Roma Gideon Meir e di Luciano Violante, può già vantare 40 professori appartenenti a venti diverse università. Pubbliche e private, da Torino a Catania, passando per Roma. Ne sono entrati a far parte docenti animati dall’intento di difendere la memoria della Shoah e di “contagiare” altri colleghi con l’attenzione verso uno dei periodi più bui della storia dell’Uomo.
La Rete ha iniziato a muovere i primi passi, quasi in sordina, nell’aprile dello scorso anno, dall’università di Teramo. Luogo che non è stato scelto a caso da Paolo Coen, ricercatore in storia dell’arte moderna dell’università della Calabria e ideatore di questo network: è proprio in questo ateneo che, nel 2010, si è tenuta una contestata lezione sul negazionismo, ad opera del professor Claudio Moffa (lo stesso che, nel 2007, aveva invitato nell’ateneo Robert Faurisson, uno dei più celebri negazionisti a livello mondiale). “L’ateneo di Teramo è l’unico ad avere una fama negazionista. Qua ho trovato quasi una psicosi nei confronti della Shoah, c’era quasi paura a parlarne”, ha ammesso Coen. Ma anche qui la Rete ha già ottenuto un suo primo risultato: “Quest’anno sarà celebrata la giornata della Memoria con un evento dedicato alla letteratura israeliana, grazie anche al supporto dell’ambasciata di Israele”, spiega Coen, che riferisce di ricevere continue richieste di adesioni. Anche dalle università straniere (gli ultimi sono stati alcuni docenti svizzeri).
A introdurre la Rete è stato Gianfranco Fini, che ha voluto elogiare questo “importante progetto educativo”: “Il ricordo dell’abominio perpetrato dal nazismo contro il popolo ebraico e contro tutti coloro – pensiamo ai Rom, agli oppositori politici, agli omosessuali – che furono colpiti dai programmi criminali di Hitler rappresenta un grande presidio morale per difendere la qualità della vita democratica e civile”, ha detto Fini. E ancora: “Il valore della memoria offre un contributo decisivo al contrasto di ogni nuova o vecchia forma di antisemitismo e di razzismo; e impedisce che qualsiasi ideologia o potere possano abbattersi sugli inermi, sugli innocenti, su interi popoli contro i quali decretare le discriminazioni più odiose per motivi di razza, di religione, di genere, di condizione sociale”. Ricordando che “il dovere della memoria è di tutti”, Fini ha sottolineato il ruolo chiave svolto dalle nuove generazioni, che devono essere protagoniste “attive e consapevoli” della memoria, per “realizzare una società sempre più libera, sempre più giusta e sempre più attenta alla valorizzazione delle differenze culturali che la compongono e la arricchiscono”, “un’Italia aperta e inclusiva, capace di valorizzare la pluralità culturale dei suoi nuovi cittadini”. Citando lo scrittore e Nobel per la pace Elie Wiesel, il presidente della Camera ha ribadito che “non dobbiamo consentire che il nostro passato diventi il futuro dei nostri figli” e che, per questo, non si può rimanere impassibili di fronte “ad aberranti e preoccupanti fenomeni come il negazionismo della Shoah o le nuove forme di antisemitismo, razzismo, xenofobia”.
Il ministro dell’Istruzione Profumo, da parte sua, ha ricordato le iniziative del MIUR in difesa della memoria: “La Shoah, quell’operazione di annientamento di un’intera civiltà, ha rappresentato uno spartiacque, un evento senza precedenti nell’intera storia dell’umanità. E’ fondamentale l’impegno contro la cultura del razzismo e dell’antisemitismo, soprattutto attraverso l’educazione e la formazione. Posso affermare con orgoglio che l’Italia è tra i Paesi più attivamente impegnati sia per la qualità che per la mole del lavoro svolto con i viaggi della memoria, la formazione dei docenti e il coinvolgimento degli studenti in percorsi formativi non limitati esclusivamente alle celebrazioni del Giorno della memoria. Ma dobbiamo fare ancora di più”. Per Profumo, l’impegno “contro la cultura del’intolleranza, del razzismo e dell’antisemitismo in ogni sua forma, dall’attività di prevenzione nelle scuole e nella società attraverso la formazione e l’educazione alla cittadinanza” deve essere “costante”.
Il ministro ha poi spiegato che i viaggi nei luoghi della memoria saranno estesi anche alle università, grazie ad un protocollo di intesa che verrà siglato con l’unione delle comunità ebraiche italiane, al Quirinale, proprio il 27 gennaio. Inoltre, in occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa di Primo Levi, il MIUR lancerà una serie di iniziative che interesseranno sia le scuole superiori che gli atenei.
Luciano Violante, tra gli animatori della nuova rete universitaria (era presidente della Camera quando venne istituita la giornata della Memoria), ha voluto mettere in guardia da alcuni errori pedagogici in cui incorrono quanti affrontano il tema dello sterminio del popolo ebraico. “Bisogna evitare la pedagogia dell’anniversario, che ci porta a parlare della Shoah una settimana all’anno e basta – ha detto l’esponente del Pd – ma non bisogna neanche cadere nella cosiddetta pedagogia della compassione, quella per cui si dice ‘poveretti’ e si va avanti. Allo stesso modo va evitata la pedagogia dell’orrore, che sacralizza quei processi storici che hanno portato all’orrore della Shoah”. Violante ha quindi sottolineato la pericolosità e l’appeal delle tesi propugnate dai negazionisti, in particolar modo sui giovani: “Agli occhi di un 18enne, se lo sterminio viene percepito come una verità ufficiale, negare potrebbe rappresentare un segno di rottura, rispetto a ciò che genera consenso. Ciò che appare meno ufficiale rischia di risultare più appetibile. Il pericolo è questo: basti pensare che esistono 3000 siti internet che diffondono le tesi negazioniste”. Per questo serve una “pedagogia della verità”: “Il negazionismo va contrastato sul piano storico, civile, culturale e non ideologico. Bisogna rispondere ai negazionisti punto per punto; è sbagliato snobbarli, anche se quelle che dicono sono cose campate in aria. La gente non lo sa e noi dobbiamo fare riferimento alle cose che sanno quelli che non sanno”.
Il bisogno di una Rete, che unisca le energie positive dei docenti che vogliono approfondire lo studio e l’insegnamento della Shoah, è testimoniato, secondo Coen, dal fatto che “appena il 10% delle università italiane celebrino la giornata della Memoria, con eventi spesso disattesi da docenti e studenti”. “Noi non vogliamo dar vita ad un club o una lobby – ha detto il ricercatore – ma partire dal singolo docente, iniziando proprio da chi già lavora sulla Shoah e cercando di coinvolgere quanti se ne sono occupati marginalmente”. Fare rete anche con le scuole superiori e il mondo dell’associazionismo: Coen cita il mondo cattolico ma anche le associazioni di omosessuali, con le quali ha già lavorato in Calabria. “La nostra Rete non è retorica, perché è volta al fare. Non è coercitiva, perché propone modelli, e non li impone. Non è esclusiva”, la sintesi di Coen, che intanto ha lanciato un blog, attraverso il quale è possibile aderire a questo progetto.
L’Huffington Post sbarca in Italia: un colosso da 36 mln di lettori.
Oltre 20mila blogger (celebrità, politici, accademici, opinionisti e giornalisti), 36 milioni di visitatori unici a dicembre (secondo comScore), con punte anche di oltre 5 milioni di commenti pubblicati al mese dalla sua vivace community.
L’Huffington Post, ovvero quello che è stato definito a più riprese il blog più potente al mondo e che oggi annuncia una joint venture con il Gruppo L’Espresso 1 per il lancio dell’edizione italiana, fa parte del “The Huffington Post Media Group” (HPMG), divenuto operatore leader nell’attività editoriale, nell’intrattenimento e nell’informazione. Un colosso nato nel febbraio dello scorso anno, dopo l’acquisizione milionaria dell’Huffington Post da parte di AOL. A capo di questo gigante dell’informazione c’è la greca Arianna Huffington, che, il 9 maggio del 2005, insieme a Kenneth Lerer e Jonah Peretti, aveva lanciato in rete i primi post dell’Huffington Post, con un investimento iniziale di appena un milione di dollari.
Nata 61 anni fa ad Atene, nota e temuta per la sua penna tagliente, la Huffington ha avuto un ruolo chiave nell’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. La prima esperienza sul web di Arianna Stasinopoúlou (suo cognome prima delle nozze con il miliardario Repubblicano Michael Huffington, nel 1986) è legata alla politica e al mondo repubblicano: nel 1998, attraverso il sito Resignation.com, Arianna, che è figlia di un giornalista, iniziò a battersi per chiedere le dimissioni del presidente Clinton. “Assumiti le tue responsabilità, signor Presidente, per quello che hai fatto al tuo partito, al tuo ruolo e al tuo Paese, e continua il tuo viaggio verso la ‘riconciliazione e la guarigione’ in privato”, tuonava Arianna in uno dei suoi editoriali, nel periodo in cui aveva sposato una linea più conservatrice. L’avvicinamento ai Democratici è arrivato dopo il divorzio dal marito, tanto che successivamente ha duramente attaccato il presidente George W. Bush e il suo vice, Dick Cheney. Infine, il supporto a Barack Obama.
Lo stesso che può essere annoverato nel lungo elenco dei politici di spicco che hanno scritto un commento per l’Huffington Post: oltre al presidente Usa ci sono anche Hillary Clinton, il sindaco di New York Michael Bloomberg, il senatore John Kerry, l’ex speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, e persino l’ex presidente Bill Clinton. Ma il sito, che, da quando è nato ha puntato tutto sul citizen journalism, servendosi proprio delle segnalazioni pubblicate dei suoi blogger, può contare sui contributi di celebrità con i background più diversi: Bill Gates, gli attori George Clooney, Alec Baldwin, Sean Penn ma anche Scarlett Johansson, Bernard-Henri Levy, Robert Redford, Madonna, l’astronauta Buzz Aldrin. Ai loro pezzi rispondono decine di migliaia commentatori registrati.
Eppure, quando nel 2005 la Huffington – reduce, due anni prima, da una sfida elettorale in California, contro Arnold Schwarzenegger – decise di lanciare la sua creatura virtuale, anche i suoi amici più stretti erano scettici. “Molti di loro erano negativi e pessimisti”, ha raccontato in una recente intervista alla Bbc, parlando anche delle resistenze di alcuni colleghi. Ma ben presto si rende conto di aver avuto l’intuizione giusta. L’anno in cui il sito diventa veramente un punto di riferimento nel mondo dell’informazione è il 2008, durante la campagna per le elezioni presidenziali. E’ allora che il blog inizia ad espandersi, lanciando la sua prima edizione locale, a Chicago. Tocca poi ad altre città: New York, l’anno dopo; poi Denver e Los Angeles, fino allo scorso anno, quando partono anche San Francisco, Detroit e, l’ultima, Miami.
Lo sguardo si rivolge anche oltre i confini nazionali. Nel maggio del 2011 tocca al Canada. L’Europa è vicina: lo scorso mese di luglio si parte nel Regno Unito, a ottobre, proprio quando la Huffington annuncia di essere pronta a conquistare l’Italia, è arrivata l’intesa con i francesi di Le Monde, mentre a marzo si sbarca in Spagna. Il 2010 è il primo anno a chiudersi con dei profitti. Ma una data chiave nella storia di questa azienda è quella del 7 febbraio del 2011, quando, con un comunicato stampa congiunto, Arianna Huffington rende noto di aver raggiunto un’intesa con AOL, che è stata pronta a versare 315 milioni di dollari per la sua creatura virtuale. Un’operazione il cui obiettivo, spiegavano le due aziende, era quello di dar vita ad un “fornitore di contenuti globali, locali e internazionali”, che avrebbe dovuto avere un ruolo chiave nell’evoluzione dal giornalismo digitale.
Un gruppo, quello che nasceva allora (The Huffington Post Media Group), che poteva contare su 117 milioni di visitatori unici al mese, solo negli Stati Uniti, e 270 milioni di visitatori in tutto il mondo. Alla Huffington venne affidato il ruolo-chiave di presidente e di direttore dell’HPMG. “Con questa acquisizione – spiegava all’epoca il CEO di Aol – si vuole dar vita ad una media company di portata mondiale che combina contenuti, community ed esperienze condivisibili per i consumatori”. “Continueremo sulla strada intrapresa sei anni fa – spiegò la Huffington – ma adesso procederemo alla velocità della luce, grazie alla fusione con Aol. I nostri lettori troveranno gli stessi contenuti ai quali erano già abituati, ma con molte cose più: più tecnologia, notizie locali, spettacolo, finanza, e molti più video”.
Era nata, nelle parole della fondatrice dell’Huffington Post, una delle più grandi destinazioni, sul web, per chi era alla ricerca di contenuti e voleva interagire con altri utenti. Breaking news e opinioni (moderate): la ricetta del sito nella sintesi che lo stesso presenta ai suoi visitatori giornalieri. Dodici le sezioni principali (che si serve anche di Facebook e Twitter per la condivisione delle sue notizie) a partire dalla Front Page, la prima pagina, disponibile nella versione americana, inglese e canadese: politica, affari, spettacolo, tecnologia, media, life & style, cultura, commedia, vivere sano, donne e la parte locale (con le cronache dalle città Usa). Altre sottosezioni: quella sulle “buone notizie”, scienza, tv, le voci dal mondo afro-americano e quello latino, gli esteri, religione, criminalità e, ovviamente, lo sport.
Attraverso una collaborazione sviluppata con Facebook, è anche possibile selezionare le notizie visualizzate e commentate dagli amici sul social network. La filosofia l’ha spiegata, più volte, la stessa Huffington: “La gente non vuole soltanto avere delle notizie: vuole condividerle, migliorarle e contribuire ad integrarle con altre informazioni”. Complessivamente, secondo quanto dichiarato dalla stessa Huffington parlando, a ottobre, dell’edizione italiana del suo sito, l’HuffPost può contare su una rete formata da oltre 30mila collaboratori. Lunedì prossimo si parte con l’edizione francese: sarà guidata dalla giornalista televisiva Anne Sinclair, moglie di Dominque Strauss-Kahn.





