Vattani richiamato a Roma dal ministero degli Esteri.
Il ministero degli Esteri ha richiamato a Roma Mario Vattani, il console generale d’Italia a Osaka che aveva pubblicamente manifestato la sua fede fascista e per questo era stato deferito. La notizia è stata data dall’Agenzia Italia. Ora il figlio di Umberto Vattani, uno dei diplomatici più potenti d’Italia, è stato richiamato per mettersi a disposizione della Commissione disciplinare della Farnesina, che sta esaminando il caso. Dovrebbe giungere nella capitale al più tardi domani. Sin dall’inizio il ministro degli Esteri Giulio Terzi aveva chiesto che la procedura fosse la più rapida possibile, sempre nel pieno rispetto dei diritti di Vattani. Interpellata dall’Ansa, la Farnesina si è limitata a ricordare che “il Ministro Giulio Terzi aveva, il 29 dicembre scorso, dato disposizioni di deferire il Console Mario Vattani alla Commissione di disciplina, sottolineando la necessità che la relativa procedura seguisse il suo corso, nel pieno rispetto della normativa vigente, con ogni possibile rapidità e secondo criteri di trasparenza”. Sul richiamo, invece, nessun commento ufficiale.
Sulla vicenda era intervenuto, ieri sera, Gianni Alemanno – di cui Vattani era stato il consigliere diplomatico. Si e’ trattato di “una brutta performance”, ha detto il sindaco, riferendosi al concerto tenuto all’evento di CasaPound. “Vattani è un diplomatico – ha aggiunto intervenendo alla trasmissione “Che tempo che fa” – La Farnesina ha aperto un provvedimento disciplinare e quindi credo ci debbano essere sanzioni”. Richiami nostalgici “sono una di quelle cose che vanno archiviate definitivamente”, ha concluso il sindaco che, con queste parole, ha di fatto scaricato il suo ex “ministro degli Esteri”.
L’Huffington Post sbarca in Italia: un colosso da 36 mln di lettori.
Oltre 20mila blogger (celebrità, politici, accademici, opinionisti e giornalisti), 36 milioni di visitatori unici a dicembre (secondo comScore), con punte anche di oltre 5 milioni di commenti pubblicati al mese dalla sua vivace community.
L’Huffington Post, ovvero quello che è stato definito a più riprese il blog più potente al mondo e che oggi annuncia una joint venture con il Gruppo L’Espresso 1 per il lancio dell’edizione italiana, fa parte del “The Huffington Post Media Group” (HPMG), divenuto operatore leader nell’attività editoriale, nell’intrattenimento e nell’informazione. Un colosso nato nel febbraio dello scorso anno, dopo l’acquisizione milionaria dell’Huffington Post da parte di AOL. A capo di questo gigante dell’informazione c’è la greca Arianna Huffington, che, il 9 maggio del 2005, insieme a Kenneth Lerer e Jonah Peretti, aveva lanciato in rete i primi post dell’Huffington Post, con un investimento iniziale di appena un milione di dollari.
Nata 61 anni fa ad Atene, nota e temuta per la sua penna tagliente, la Huffington ha avuto un ruolo chiave nell’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. La prima esperienza sul web di Arianna Stasinopoúlou (suo cognome prima delle nozze con il miliardario Repubblicano Michael Huffington, nel 1986) è legata alla politica e al mondo repubblicano: nel 1998, attraverso il sito Resignation.com, Arianna, che è figlia di un giornalista, iniziò a battersi per chiedere le dimissioni del presidente Clinton. “Assumiti le tue responsabilità, signor Presidente, per quello che hai fatto al tuo partito, al tuo ruolo e al tuo Paese, e continua il tuo viaggio verso la ‘riconciliazione e la guarigione’ in privato”, tuonava Arianna in uno dei suoi editoriali, nel periodo in cui aveva sposato una linea più conservatrice. L’avvicinamento ai Democratici è arrivato dopo il divorzio dal marito, tanto che successivamente ha duramente attaccato il presidente George W. Bush e il suo vice, Dick Cheney. Infine, il supporto a Barack Obama.
Lo stesso che può essere annoverato nel lungo elenco dei politici di spicco che hanno scritto un commento per l’Huffington Post: oltre al presidente Usa ci sono anche Hillary Clinton, il sindaco di New York Michael Bloomberg, il senatore John Kerry, l’ex speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, e persino l’ex presidente Bill Clinton. Ma il sito, che, da quando è nato ha puntato tutto sul citizen journalism, servendosi proprio delle segnalazioni pubblicate dei suoi blogger, può contare sui contributi di celebrità con i background più diversi: Bill Gates, gli attori George Clooney, Alec Baldwin, Sean Penn ma anche Scarlett Johansson, Bernard-Henri Levy, Robert Redford, Madonna, l’astronauta Buzz Aldrin. Ai loro pezzi rispondono decine di migliaia commentatori registrati.
Eppure, quando nel 2005 la Huffington – reduce, due anni prima, da una sfida elettorale in California, contro Arnold Schwarzenegger – decise di lanciare la sua creatura virtuale, anche i suoi amici più stretti erano scettici. “Molti di loro erano negativi e pessimisti”, ha raccontato in una recente intervista alla Bbc, parlando anche delle resistenze di alcuni colleghi. Ma ben presto si rende conto di aver avuto l’intuizione giusta. L’anno in cui il sito diventa veramente un punto di riferimento nel mondo dell’informazione è il 2008, durante la campagna per le elezioni presidenziali. E’ allora che il blog inizia ad espandersi, lanciando la sua prima edizione locale, a Chicago. Tocca poi ad altre città: New York, l’anno dopo; poi Denver e Los Angeles, fino allo scorso anno, quando partono anche San Francisco, Detroit e, l’ultima, Miami.
Lo sguardo si rivolge anche oltre i confini nazionali. Nel maggio del 2011 tocca al Canada. L’Europa è vicina: lo scorso mese di luglio si parte nel Regno Unito, a ottobre, proprio quando la Huffington annuncia di essere pronta a conquistare l’Italia, è arrivata l’intesa con i francesi di Le Monde, mentre a marzo si sbarca in Spagna. Il 2010 è il primo anno a chiudersi con dei profitti. Ma una data chiave nella storia di questa azienda è quella del 7 febbraio del 2011, quando, con un comunicato stampa congiunto, Arianna Huffington rende noto di aver raggiunto un’intesa con AOL, che è stata pronta a versare 315 milioni di dollari per la sua creatura virtuale. Un’operazione il cui obiettivo, spiegavano le due aziende, era quello di dar vita ad un “fornitore di contenuti globali, locali e internazionali”, che avrebbe dovuto avere un ruolo chiave nell’evoluzione dal giornalismo digitale.
Un gruppo, quello che nasceva allora (The Huffington Post Media Group), che poteva contare su 117 milioni di visitatori unici al mese, solo negli Stati Uniti, e 270 milioni di visitatori in tutto il mondo. Alla Huffington venne affidato il ruolo-chiave di presidente e di direttore dell’HPMG. “Con questa acquisizione – spiegava all’epoca il CEO di Aol – si vuole dar vita ad una media company di portata mondiale che combina contenuti, community ed esperienze condivisibili per i consumatori”. “Continueremo sulla strada intrapresa sei anni fa – spiegò la Huffington – ma adesso procederemo alla velocità della luce, grazie alla fusione con Aol. I nostri lettori troveranno gli stessi contenuti ai quali erano già abituati, ma con molte cose più: più tecnologia, notizie locali, spettacolo, finanza, e molti più video”.
Era nata, nelle parole della fondatrice dell’Huffington Post, una delle più grandi destinazioni, sul web, per chi era alla ricerca di contenuti e voleva interagire con altri utenti. Breaking news e opinioni (moderate): la ricetta del sito nella sintesi che lo stesso presenta ai suoi visitatori giornalieri. Dodici le sezioni principali (che si serve anche di Facebook e Twitter per la condivisione delle sue notizie) a partire dalla Front Page, la prima pagina, disponibile nella versione americana, inglese e canadese: politica, affari, spettacolo, tecnologia, media, life & style, cultura, commedia, vivere sano, donne e la parte locale (con le cronache dalle città Usa). Altre sottosezioni: quella sulle “buone notizie”, scienza, tv, le voci dal mondo afro-americano e quello latino, gli esteri, religione, criminalità e, ovviamente, lo sport.
Attraverso una collaborazione sviluppata con Facebook, è anche possibile selezionare le notizie visualizzate e commentate dagli amici sul social network. La filosofia l’ha spiegata, più volte, la stessa Huffington: “La gente non vuole soltanto avere delle notizie: vuole condividerle, migliorarle e contribuire ad integrarle con altre informazioni”. Complessivamente, secondo quanto dichiarato dalla stessa Huffington parlando, a ottobre, dell’edizione italiana del suo sito, l’HuffPost può contare su una rete formata da oltre 30mila collaboratori. Lunedì prossimo si parte con l’edizione francese: sarà guidata dalla giornalista televisiva Anne Sinclair, moglie di Dominque Strauss-Kahn.
A Revine Lago sventola la bandiera nazista.
I
ssata su un pennone, una bandiera con la svastica, tra lo stupore (e l’indignazione) dei residenti. Accade a Revine Lago (Treviso), dove, da questa mattina, sventola il vessillo del nazismo. Secondo quanto riferisce il giornale on-line “Oggi Treviso”, la bandiera è stata collocata sul tetto di una casa privata, in via Marconi, la strada principale del piccolo comune veneto.
Lo scorso mese di settembre, Revine Lago aveva ospitato un raduno europeo di skinhead: “Ritorno a Camelot 2011″. Oltre 1500 “camerati”, da tutta Italia ed Europa, chiamate a raccolta dal Veneto Fronte Skinkead. Meeting che venne duramente contestato dall’Anpi di Treviso. E, secondo quanto riportato sul web da alcuni internauti del posto, proprio a settembre il proprietario di quell’abitazione aveva ricevuto dei soldi dagli skinhead per collocare sul tetto della sua casa la loro bandiera. “E’ una persona che ha seri problemi, magari ha voluto fare una bravata”, scrivono alcuni compaesani, mentre molti sollecitano le autorità ad intervenire per farla rimuovere il prima possibile.
Link alla foto su Repubblica.it
Aggiornamento/La bandiera è stata rimossa, e l’autore dell’iniziativa denunciato dai carabinieri per apologia del fascismo.
Preso ladro delle Pietre d’inciampo, abitava di fronte a luogo furto.
E’ stato individuato dai carabinieri della stazione Roma Piazza Farnese – presso i quali era stata presentata denuncia – l’autore del furto delle tre pietre della memoria, dedicate alle sorelle Graziella, Letizia ed Elvira Spizzichino, rubate lo scorso 12 gennaio in via S.Maria in Monicelli 67. E proprio a questo civico, vivrebbe il responsabile di questo gesto, che oltraggia la memoria delle vittime della Shoah. Secondo quanto si è appreso, l’uomo, un 41enne, si è giustificato dicendo che il suo non voleva essere un gesto antisemita, ma dettato da motivi estetici perché le targhe davanti al portone avrebbero “reso quel posto simile ad un cimitero”. L’uomo ha anche detto che scriverà una lettera di scuse alla Comunità ebraica e al Comune. La sua posizione è al vaglio dei militari.
Gianni Alemanno si è immediatamente congratulato con i carabinieri “per le indagini che hanno permesso di identificare l’autore del furto oltraggioso delle tre pietre della memoria. Apprendo con soddisfazione che non è stato un gesto antisemita, anche se ci tengo a precisare che a Roma non sono tollerati atti di questo tipo. Senza memoria del passato non c’è futuro. Come sindaco ho il dovere di lavorare quotidianamente affinché in questa città crescano, attraverso il dialogo e la conoscenza reciproca, la tolleranza, il rispetto e il senso di una comune appartenenza. L’Amministrazione capitolina si rende disponibile a ricevere in Campidoglio l’autore del gesto e i familiari per suggellare le scuse ufficiali”.
“Valuteremo la lettera di scuse che ha detto di volere inviare alla comunità ebraica. E spetterà ai familiari delle persone oggetto di questo atto vandalico stabilire se accettarle e con quali modalità. Ma mi permetto di suggerire questo personaggio che forse, prima di chiedere scusa alla comunità ebraica, chieda scusa alla città intera. Mai come in questo caso Roma si è sentita offesa per un gesto ignobile”. Lo ha detto il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. “Questa vicenda – aggiunge – non è una partita tra la comunità ebraica e ignoti vandali, ma un fatto che offende la memoria collettiva” e sottolinea: “Esiste un clima non facile. La rete è piena di mondezza e istiga all’odio. Nuovamente anch’io sono stato oggetto di minacce da alcuni siti, pochi giorni fa è toccato allo scomparso Saviotti e al magistrato Corasaniti. La nostra pazienza si è esaurita. Non accetteremo ulteriori provocazioni. Vigileremo, e non reciteremo, come alcuni dicono, il ruolo delle vittime. Non amiamo piangere: ma il passaggio dalle parole, dalle battute infelici, alle stragi come quella che abbiamo a Firenze è purtroppo facile. C’è gente che vive nella cultura odio. Saremo pronti a difenderci nelle sedi legali opportune, chi si macchierà di altri gesti deprecabili dovrà risponderne nelle aule. E noi siamo convinti che in quelle sedi non saremo soli”. Pacifici coglie l’occasione per ringraziare i carabinieri “che hanno portato avanti indagine con estrema velocità e impegno e per la celerità della risoluzione del caso» e “le istituzioni pubbliche che si sono mobilitate”, dal sindaco Gianni Alemanno, al presidente della Provincia Nicola Zingaretti, a quello della Regione Renata Polverini e a quello del municipio Orlando Corsetti. “Rimane l’amarezza per un gesto incredibile – conclude Pacifici – di cui cercheremo di capire. Mi sembra bizzarra la motivazione che ha inizialmente dato. Speriamo di capire cosa lo ha spinto a fare questo dalla sua lettera”.
(Omniroma)
Terzi sul console fascio-rock: “Probabili sanzioni molto pesanti”.
Il ministro degli esteri Giulio Terzi ritiene “probabili sanzioni molto pesanti” per Mario Vattani. Parlando questa sera a Otto e Mezzo, Terzi ha detto che “sta cercando di accelerare il più possibile” i tempi della commissione disciplinare che ha in esame il caso. Mario Vattani, console italiano in Giappone, ha pubblicamente manifestato la sua adesione ad una organizzazione che si richiama in maniera esplicita alla Repubblica di Salò. Oer questo era stato già deferito dalla Farnesina. “Appena ho avuto notizia dell’happening rock che si è svolto nel maggio dell’anno scorso, quindi cinque mesi prima” che Vattani venisse assegnato alla sede di Osaka, “ho convocato il direttore generale del personale per chiedergli di sottomettere la questione alla commissione di disciplina” ha ribadito Terzi. “E’ una decisione del tutto eccezionale” ha osservato il capo della diplomazia, che una simile procedura sia stata avviata “per un funzionario diplomatico che peraltro – secondo Terzi – durante la sua carriera ha dato prove di grandissima competenza e di grande attaccamento al servizio”. Quello del console – frontman del gruppo musicale di estrema destra ‘Sotto fascia semplice’ – è stato “indubbiamente un atto molto riprovevole e inaccettabile” ha constatato Terzi, assicurando di volersi accertare che “la commissione di disciplina possa deliberare rapidamente”. Certo, ha proseguito il ministro, “ci sono delle procedure” che vanno rispettate “perchè viviamo in uno stato di diritto” e non è giusto fare “processi sommari o mediatici”
Insulti e minacce a magistrato Procura di Roma: indagò su blacklist ebrei.
Insulti e minacce al pubblico ministero della Procura di Roma, Giuseppe Corasaniti, che ha indagato sulle blacklist di ebrei apparse sul web. Su un blog ospitato dalla piattaforma del Cannocchiale, l’anonimo estensore di un post antisemita ha anche pubblicato, nella giornata di domenica, una foto del magistrato. “Fuori la mafia ebraica delle procure dei tribunali”, il titolo dell’invettiva, che ricorda, per terminologia e virulenza, gli insulti contro docenti e magistrati diffusi, nel luglio dello scorso anno, dal blog denominato “Rumors”.
Il sito venne chiuso e la Procura di Perugia diede mandato alla Polizia postale di risalire all’identità dell’anonimo internauta. Il quale, evidentemente, non deve temere i risvolti giudiziari che potrebbero avere le sue deliranti affermazioni. “Fuori dai tribunali i referenti politici degli interessi della lobby della unione delle comunità ebraiche. Fuori dalle procure i pubblici ministeri referenti degli interessi del sinedrio ebraico. Fuori dalla Procura il pubblico ministero ebreo Giuseppe Corasaniti, il referente politico della mafia sinedrio della comunità ebraica”, scrive sul sito Vtre.ilcannocchiale.it.
Parole che non sono sfuggite agli uomini della Postale, che monitorano quotidianamente il web, dando la caccia a questi seminatori dell’odio virtuale nei confronti degli ebrei. Sulla stessa pagina web, inoltre, si insinua che i responsabili del recente furto delle Pietre d’inciampo, in via Santa Maria in Monticelli, sia stato opera di residenti ebrei del Ghetto. “In quella zona – si legge sul sito, che ha anche pubblicato una mappa dall’alto di quest’area – si può incappare in bande di giovinastri ebrei, in assetto paramilitare, che pattugliano la zona controllando anche i documenti agli estranei. Eppoi ci sono anche gli agenti in borghese del Mossad che grufolano nello stesso recinto. Risulta quindi totalmente impossibile che qualcuno abbia potuto eseguire un lavoro di ore al fine di strappare quella specie di ‘serci’”. Una tesi campata in aria, che difficilmente troverà riscontri oggettivi nelle indagini portate avanti dalle forze dell’ordine della capitale.
Sulla piattaforma di blogging de Il Cannocchiale venne pubblicata, nel febbraio del 2008, una blacklist di docenti ebrei. In quell’occasione, in seguito all’indignazione politica bipartisan e all’immediato oscuramente del sito da parte dei suoi gestori italiani, le indagini della Polizia Postale, disposte proprio da Corasaniti, permisero di arrivare a individuare il responsabile della diffusione di quell’elenco (Paolo Munzi, residente in provincia di Rieti, figlio di un ex sindaco). Più recentemente, a dicembre, un elenco analogo, con nomi di magistrati e politici, è stato fatto circolare sul forum neonazista Stormfront. In tutti i casi, le ipotesi di reato avanzate dalla Procura comprendevano la violazione della legge Mancino ma anche la diffamazione e la violazione della privacy. Corasaniti, che è docente alla Sapienza, si occupa principalmente di reati che riguardano la pirateria audiovisiva ed informatica, la contraffazione, la tutela della privacy e le frodi informatiche.
In serata è intervenuta anche la presidente della Regione, Renata Polverini: “Si sta andando verso una deriva antisemita che bisogna assolutamente fermare, non soltanto con la condanna da parte di tutte le istituzioni ogni volta fanno. Auspichiamo che qualcuno di questi ‘signori’ prima o poi paghi”.
Solidarietà al magistrato è stata espressa da Marco Mancinetti, presidente della sezione distrettuale di Roma e Lazio dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Dopo le orribili manifestazioni di soddisfazione espresse in rete
per la scomparsa del Procuratore Aggiunto di Roma Pietro Saviotti, assistiamo ad un nuovo attacco, di matrice antisemita, rivolto con gli stessi mezzi sempre ad un magistrato della Procura della Repubblica, Giuseppe Corasaniti, impegnato sul terreno delle indagini informatiche. La Giunta dell’Anm di Roma esprime forte solidarietà e vicinanza a Giuseppe Corasaniti, ribadisce l’impegno e la serenità di tutti i magistrati della Procura della Repubblica di Roma nel continuare nel lavoro quotidiano a difesa della legalità ed invita tutte le istituzioni e le forze politiche ad isolare ogni manifestazione razzista. L’antisemitismo non è un’opinione, è un delitto”.
Concordia, la rabbia dello staff: “Abbiamo gestito un branco di pecoroni”.
Ce l’hanno con i giornali, che non avrebbero messo nella giusta luce l’operato del personale in servizio sulla Costa Concordia. Membri dell’equipaggio che andrebbero considerati degli “eroi”, per essere riusciti a salvare la stragrande maggioranza dei passeggeri della nave. I dipendenti della Costa Crociere non hanno dubbi: è stata scongiurata quella che poteva essere una tragedia con un numero assai maggiore di morti. Alcuni di loro non trattengono la rabbia e arrivano a sfogarsi contro i passeggeri della nave, definendoli “un branco di pecoroni allo sbaraglio”.
E’ dalla sera del 13 gennaio, da quando si è iniziata a diffondere la notizia della sciagura all’Isola del Giglio, con il conseguente drammatico bollettino di deceduti e dispersi, che si confrontano sul gruppo Facebook a loro dedicato. “Costa Crociere cruise staff or crew members” è la pagina, con oltre 4200 iscritti, sulla quale si ritrovano dipendenti, ex membri dell’equipaggio e sulla quale commentano anche tanti passeggeri che vogliono portare la loro solidarietà. Ci sono gli appelli dei parenti dei dispersi, alcuni pubblicano la foto dei loro cari, altri – è il caso della cugina dell’ufficiale eroe, prima che venisse salvato – chiedono notizie ai colleghi.
Commenti angosciati, di chi vorrebbe subito una risposta che nessuno però sa fornire. Ora dopo ora, link dopo link, mentre sullo schermo si susseguono ricostruzioni e critiche verso l’operato del comandante, la rabbia del personale in servizio presso la compagnia di navigazione italiana sembra montare. Molti cambiano la loro immagine di profilo, sostituendo quella del volto con la foto della targhetta di riconoscimento usata per farsi riconoscere sulle navi. E’ un modo per ribadire che si sentono fieri di far parte di quell’azienda e di non aver nulla di cui vergognarsi. Da alcune ore rilanciano la testimonianza di Katia Keyvanian, una hostess che scrive di essersi imbarcata il 13 gennaio sulla Concordia in sostituzione di una collega. Definisce “idiozie” tutte le cose lette e sentite in queste ore e scrive: “Abbiamo evacuato, al buio, con la nave piegata su un fianco 4000 persone in meno di due ore! Gli incompetenti non sono in grado di fare questo. Abbiamo tirato su in lancia un sacco di ospiti che erano finiti in mare, e mentre spogliavamo una ragazza bagnata per coprirla con la coperta termica, un ospite ci faceva un filmino con il telefonino. Noi ci siamo adoperati per gli ospiti, per salvarli, portarli in sicurezza, se sono salvi, è merito solo nostro, di tutto l’equipaggio, che ha fatto di tutto. Non vogliamo essere ringraziati, abbiamo fatto solo il nostro dovere, ma non vogliamo nemmeno sentire tutte le fesserie, bugie, menzogne, tanto per fare lo scoop, o fare una trasmissione, che sono state dette”. Katia attacca anche i passeggeri: “Abbiamo lanciato un salvagente in mare, e mentre tiravamo su un altro passeggero, io con la corda legata al polso per fare forza, e tirare su, un signore ci faceva la foto. Abbiamo dovuto gestire un branco di pecoroni allo sbaraglio, e poi vengono a dire che noi siamo stati incompetenti”.
Smentisce anche quanti sostengono che il comandante, Francesco Schettino, abbia abbandonato la nave prima che fossero stati evacuati tutti i passeggeri: “Non è vero che il comandante è sceso per primo, io ero sull’ultima lancia, e lui è rimasto attaccato alla ringhiera al ponte 3, mentre la nave affondava”. Ma, relativamente all’operato di Schettino, non tutti sono d’accordo nel difenderlo. Anzi: qualcuno sostiene che abbia commesso troppi errori. Prima navigando ad una distanza troppo ravvicinata all’isola. Poi, una volta che la nave ha iniziato ad imbarcare acqua, quando ha deciso di avvicinarla ulteriormente al Giglio. Come spiega Maurizio B., 58 anni e una lunga esperienza di comando sulle navi: “Credetemi, anche cercando di capire lo stress, non merita il vostro sostegno a prescindere. Portando la nave ad incagliare davanti a Giglio porto ha forse pensato di favorire lo sbarco, ma quando, toccando il fondo, la nave si è ingavonata e abbattuta, ha solo perso la nave e l’uso della metà delle lance. Se andava alla deriva e chiudeva le porte stagne sbarcava lo stesso i passeggeri e non perdeva la nave. Nessuna freddezza nel prendere le decisioni, ma il contrario”. D’accordo anche Ivo: “Quella nave era troppo vicina alla costa. Roba da surf, non da bestia da 115mila tonnellate”. E qui solleva la spinosa questione dei ‘saluti’ di questi giganti del mare, che, troppo spesso, passerebbero a poche centinaia di metri dalle coste, in condizioni non sempre di sicurezza.
“Il comandante sapeva bene che non puoi passare a un miglio di distanza da quella costa – scrive Ivo – e sicuramente lui non avrebbe voluto. Ma si sa: qualcuno dall’alto detta delle regole non scritte: ‘Fallo, sennò con noi non ti reimbarchi. Perché è una buona operazione di marketing”. Una versione che viene contestata da alcuni dipendenti della Costa Crociere, secondo i quali Schettino avrebbe deciso in totale autonomia. “Non ho mai detto che la Costa sia l’unica compagnia che ama il ‘saluto’ – replica Ivo – Nessuno obbliga nessuno. Sono cose che una compagnia indirettamente può chiederti. O è stato fatto perché gliel’ha richiesto qualcuno, oppure il comandante lo ha fatto per un momento di gloria personale. Non mi parlate di black out, perché chi conosce il mestiere sa che su quelle unità è impossibile. Impossibile anche una rottura del timone”.
La convinzione, pur tra mille distinguo, è che la nave si sia avvicinata troppo ad una zona ad alto rischio: “Per questo saluto ci si è avvicinati troppo. E’ un errore umano”. Al comandante, intanto, sono dedicate varie pagine virtuali, create in queste ore su Facebook e di ispirazione opposta: chi lo difende a spada tratta e chi, invece, lo ritiene l’unico responsabile della tragedia. Solo su una cosa gli iscritti al gruppo dei dipendenti della compagnia sembrano essere tutti d’accordo: i membri dell’equipaggio “hanno salvato migliaia di vite” e si sono comportati da eroi. “Sfido chiunque in una situazione del genere con la nave inclinata del 80% – scrive Frenk, impiegato sulle navi da crociera – Il disordine accade anche perché i passeggeri stessi quando c’è l’esercitazione di abbandono nave sono intenti a filmare, a ridere, scherzare o a non presentarsi, invece di ascoltare attentamente cosa viene detto. Comunque, come al solito, deve scapparci il morto per rendersi conto delle cose sbagliate”. Marco Russo scrive di essere membro dell’equipaggio della Costa Concordia: “Diffidate dalle chiacchiere abbiamo fatto un ottimo lavoro! Onore all’animazione, tecnici e camerieri che sono rimasti fino alla fine sulla nave con l’acqua fino alla pancia per aiutare le persone. Anche in questo eccellenti”. Pierangelo, anche lui dipendente della compagnia: “Mille apparentemente incompetenti membri dell’equipaggio, che hanno salvato 3000 passeggeri, limitando il numero di morti, più vari dispersi, che potrebbero essere coloro presi dal panico che non hanno seguito le istruzioni”. Qualcuno arriva a suggerire una querela nei confronti di quegli organi di stampa che hanno messo in dubbio la loro professionalità: “Non si può dire che l’equipaggio non era preparato, che non si accendevano le luci dei giubbotti di salvataggio (e noi che navighiamo sappiamo quando si accendono). Serve conoscere un bravo avvocato e preparare una querela firmata da tutti noi. Chiedere un risarcimento e darlo a alle famiglie di chi purtroppo non c’è più”.
Pietre d’inciampo, Pacifici a Iannone: “Non avrà vita facile in questa città”.

A margine del sit-in di solidarietà verso la comunità ebraica di Roma – dopo l’atto vandalico che ha interessato le pietre d’inciampo – il suo presidente, Riccardo Pacifici ha rilasciato una dura dichiarazione. Contro “i circoli che fanno attività eversive, sia di destra che di sinistra”. Chiamando anche in causa Iannone.
“La nostra pazienza da oggi è finita. Il mondo ebraico non vuole recitare il ruolo delle vittime, non è un ruolo che ci piace. Io dico alle istituzioni che bisogna fare una radiografia di tutti i circoli che fanno attività eversive, sia di destra che di sinistra, e al signor Iannone dico che uomini come lui in questa città non avranno vita facile. Noi non rimarremo inermi, non accetteremo più provocazioni di questo tipo e risponderemo punto per punto. Qualcuno potrebbe pensare che sto facendo delle minacce, e potrebbe non aver torto. Io sono stanco di una situazione in cui devo immaginare che qualcuno voglia venire a farmi la pelle, come quelli che sono stati arrestati. Faccio una fatica enormea tenere buoni sul mio versante quelli che vorrebbero far capire chi sono gli ebrei di oggi”.
Pacifici ha anche lanciato un appello agli eventuali testimoni oculari dell’atto vandalico: “Io non riesco ad immaginare che, nel momento in cui viene fatta una cosa del genere in pieno centro, alle 2 del pomeriggio e con dei picconi, la gente che abita in questo palazzo non abbia sentito. Questo è un fatto che non può essere tollerato. Dal momento che il fatto è avvenuto tra le 11 e le 14, se qualcuno ha visto aiuti a collaborare con le forze dell’ordine per individuare l’ignoto”.
(Omniroma)
Saviotti, Procura di Roma chiede a Facebook di oscurare pagina Iannone.
Oscurare la pagina di Facebook in cui si esprimono commenti positivi in merito alla morte del procuratore aggiunto Pietro Saviotti. Questo quanto chiesto ai gestori del social Network, alla sede centrale a Palo Alto in California, dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Eugenio Albamonte che hanno aperto un’inchiesta per istigazione a delinquere. All’indomani della morte del magistrato, avvenuta martedì, sulla pagina Facebook del leader di Casapound Gianluca Iannone erano stati pubblicate “felicitazioni” per il decesso. Gli inquirenti attendono dalla polizia postale intanto l’identificazione degli autori degli scritti.
(Omniroma)
CasaPound esulta per la morte di Saviotti, Procura apre inchiesta.
A Pietro Saviotti, il capo del pool anti-terrorismo della Procura di Roma morto ieri per un infarto, non hanno ancora perdonato l’arresto del loro “Zippo”, lo scorso mese di novembre. Così, quando sui siti web si è iniziata a diffondere la notizia della prematura scomparsa del procuratore aggiunto, Gianluca Iannone, leader dei fascisti del terzo millennio di CasaPound, ha voluto condividerla a modo suo con il nickname Gianluca da Tortuga, con gli oltre tremila amici del suo profilo personale su Facebook. “Questo 2012 si prospetta come un anno interessante… evviva”, ha scritto in uno status-shock riferito al magistrato. Parole che, sul social network, sono state “apprezzate” in prima battuta da 32 persone, militanti e simpatizzanti di CasaPound. “Io aspetto la dipartita di qualcun’altro”, ha commentato un utente, mentre un altro ha anche tirato in ballo il giornalista Giorgio Bocca: “Bocca, Saviotti… avanti il prossimo… la lista è lunga e c’è l’imbarazzo della scelta”.
La Procura di Roma ha aperto sulla vicenda un fascicolo ipotizzando il reato di istigazione a delinquere. Gli accertamenti saranno coordinati dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Eugenio Albamonte. I magistrati hanno dato ampia delega investigativa alla polizia postale per identificare gli autori dei messaggi offensivi postati sulle pagine web del social network. Indagini anche su alcuni messaggi anonimi con offese al giudice, apparsi sulla sezione abruzzese di Indymedia.
Iannone, come si ricorderà, è noto anche come leader musicale e autore di canzoni fascio-rock: ha condiviso il palco con Marco Vattani, il diplomatico italiano che inneggia alla Repubblica di Salò. Vattani – come scrive oggi Repubblica – non è stato punito, ma verrà al massimo trasferito in altra sede.
La replica di CasaPound. Il primo a parlare è il vicepresidente Andrea Antonini, che evidenzia come il commento di Iannone sia apparso “sul suo profilo personale e non su quello di CasaPound Italia: non è una pubblica esternazione”. Antonini, però, non prende affatto le distanze dall’esultanza per la morte di Saviotti: “E’ francamente ipocrita aspettarsi contrizione da parte nostra dato che questo pm ha avuto a che fare almeno due volte con noi, prima negli scontri studenteschi di Piazza Navona con 12 indagati a torto, come abbiamo sempre ribadito, e poi nel caso di Alberto Palladino, accusato da Saviotti di lesioni aggravate nei confronti del capogruppo del Pd del IV Municipio Paolo Marchionne. In Italia non ricordo nessun caso di giovane incensurato che deve fare 28 giorni di carcere con l’accusa di rissa aggravata. Nessuno quindi si aspetti da noi dolore o ipocrita contrizione”.
In serata arriva anche la replica dello stesso Iannone: “L’Italia ormai è peggio della Corea del nord: tutti devono piangere, chi non lo fa va nei campi di recupero. E persino una battuta infelice, scritta peraltro in uno spazio privato, può essere scambiata per istigazione a delinquere”. “Ormai – continua – siamo al paradosso e al linciaggio bipartisan. Una mia battuta sicuramente di cattivo gusto, rubata sul profilo personale e non negli spazi ufficiali del movimento in barba a ogni tutela della privacy, scatena l’ira dei novelli inquisitori che si scagliano con parole gonfie di livore e di calcolo politico. E’ chiaro che c’è un’aria di ipocrisia e di sciacallaggio che non cessa minimamente di esistere. Non si perde neanche occasione di insinuare rapporti inesistenti tra noi e l’amministrazione cittadina”.
Saviotti e CasaPound. Il giudice, impegnato nel campo dell’eversione, aveva seguito le indagini sul pestaggio di cinque militanti del Pd, che affiggevano manifesti contro la mafia in via dei Prati Fiscali, il 3 novembre. Era stato lui a richiedere ai carabinieri del Ros di arrestare Alberto Palladino, alias Zippo, uno dei leader di CasaPound nel IV municipio. Su richiesta di Saviotti, il gip aveva disposto l’arresto di “Zippo”, perché temeva che questi avrebbe potuto commettere reati analoghi a quelli compiuti nei confronti dei militanti democratici. Lesioni aggravate, violenza privata e porto d’arma impropria, i reati contestati dalla Procura. Poco prima di Natale, il gip di Roma aveva infine concesso i domiciliari a Palladino.
Ma anche allora, Iannone ebbe a contestare pesantemente i magistrati, secondo i quali CasaPound Italia “fa della violenza un metodo di lotta politica”: “Partire dal presupposto che il reato sia reiterabile perché Cpi è un movimento che fa della violenza un metodo di lotta politica, come ha sostenuto il Riesame e come, in qualche modo, sembra confermare il gip disponendo i domiciliari per Palladino – sostenne Iannone – è un assurdo giuridico perché non solo non c’è una sentenza né un elemento di diritto che possa avallare questa convinzione, ma non esiste nemmeno un sia pur minimo elemento di fatto che possa giustificarla se non il pregiudizio nei confronti di un movimento che sconta la presunta appartenenza a un mondo ‘ontologicamentè violento come l’estrema destra”. Le strade di Saviotti e dei Fascisti del terzo millennio si erano anche incrociate nell’aprile del 2010. Fu quando la Digos di Roma eseguì otto arresti a carico di quattro aderenti di Blocco Studentesco, il movimento studentesco di CasaPound, in seguito ad alcuni scontri avvenuti all’Università di Tor Vergata e nei pressi della Terza Università. Anche allora, le richieste di arresto portavano la firma di Saviotti.
Le reazioni. Numerose le voci di condanna che si sono levate dal mondo politico. Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, definisce le parole di Iannone “vomitevoli e indegne per la razza umana. Saviotti è stato un servitore della patria a cui tutti gli italiani devono rendere omaggio. Il resto è solo spazzatura ideologica”. “Parole vergognose, segno solo di inciviltà culturale”, per Renata Polverini, presidente della Regione Lazio: “Roberto Saviotti è stato un magistrato capace, un uomo al servizio della giustizia e delle istituzioni. Una perdita grave per la magistratura italiana e che non merita questo ignobile oltraggio”. E mentre anche il sindaco, Gianni Alemanno, sottolinea che lo status-choc è “una cosa scellerata”, alla quale “non può credere”, il Pd romano gli chiede di chiarire i rapporti con CasaPound: “Alemanno regala casali a Iannone di Casapound che oggi su Facebook a festeggiare per la morte di Saviotti – osservano Enzo Foschi, Marco Palumbo e Massimiliano Valeriani, consiglieri del Pd rispettivamente alla regione Lazio, provincia e comune di Roma – Un fatto gravissimo che getta ancora più ombre e inquietudini sull’organizzazione di estrema destra che tenta di farsi passare per una onlus ma che invece porta avanti la sua battaglia d’odio e xenofobia e dei suoi rapporti con il centrodestra che amministra la città. E’ giunto il tempo che Alemanno con la sua giunta chiariscano in maniera definitiva i loro rapporti con Casapound e le altre frange di estrema destra, un legame tutto coccole ed ambiguità dai contorni sempre più foschi”. Il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa parla di “ironia vergognosa e ignobile”. Per l’esponente del Pd Walter Veltroni “sono parole di odio, parole che istigano alla violenza. Penso che la magistratura debba indagare su questi fatti e su ambienti che hanno fatto dell’odio il loro credo”. Per Nichi Vendola, leader di Sel, si tratta di “parole raccapriccianti”. Il leader dei Verdi Angelo Bonelli esprime il suo sdegno. E c’è chi, come Fabio Nobile, consigliere regionale del PdCI-Federazione della sinistra, torna a chiedere lo scioglimento dell’organizzazione: “Noi opereremo affinché tutte le istituzioni prendano posizione chiara su questo”.
Lo psichiatra Francesco Bruno: “Gay malati”, parte istruttoria dell’Unar.
I gay come malati da curare, individui “non normali”, assimilabili alle persone disabili. Francesco Bruno, criminologo, psichiatra e docente universitario (a Salerno e alla Sapienza di Roma), torna ad offendere le persone omosessuali. A nulla è valsa una denuncia all’Ordine dei Medici, due anni fa, da parte di Arcigay, relativamente ad alcune affermazioni in cui contestava la depatologizzazione dell’omosessualità decisa, nel 1990, dall’Organizzazione mondiale della Sanità.
Il medico 63enne, ospite dei salotti televisivi per commentare i casi di cronaca nera, scende in campo a fianco dell’ormai ex assessore alla Mobilità del Comune di Lecce, Giuseppe Ripa, dimessosi dopo aver insultato il governatore della Puglia, Nichi Vendola. Lo fa dalle pagine virtuali di Pontifex, blog che ospita spesso dichiarazioni omofobiche nei confronti di gay, lesbiche e transgender. Punto di ritrovo degli ultracattolici, si tratti di vescovi emeriti o di politici. Come Domenico Scilipoti, anche lui sceso in campo, in queste ore, per difendere Ripa, definendo “l’omosessualità una cosa anormale”.
Bruno, intervistato dal curatore del sito, afferma: “L’organizzazione mondiale della Sanità ha deciso che non si debba parlare di malattia, a proposito dell’omosessualità, e sappiamo con quali criteri ha scelto. Io rimango della mia idea e le denunce dei gay non mi fanno paura”. L’omosessualità è “anormalità”, sentenzia: “Siamo nel campo, quando la omosessualità non viene scelta volutamente, di anormalità funzionali essendo il sesso volto naturalmente alla procreazione. L’omosessuale nato lo è per un disturbo di personalità legato, probabilmente, ad una errata assimilazione dei ruoli dei genitori, o anche a cause organiche che sarebbe complicatissimo spiegare. Tuttavia, è nella stessa situazione, dal punto di vista concettuale, di chi è handicappato, sordo o cieco. Per queste categorie, con una certa ipocrisia si dice diversamente abili, non vedenti e simili. Il gay è diversamente orientato per la sessualità e quel diversamente la dice lunga sulla normalità”.
Lo psichiatra spiega anche di aver assistito molti genitori di ragazzi e ragazze omosessuali. A suo dire tutti traumatizzati dall’orientamento sessuale del figlio o della figlia: “Chi dice che padre e madre sono contenti o accettano la diversità del figlio, mentono sapendo di mentire. Per due genitori, sapere che il proprio figlio ha questa orientazione, è un trauma anche grande. Magari lo superano o riescono ad elaborarlo, ma il colpo è molto forte. Questo fatto denota che anche a livello di comune sentire, e non è roba da poco, la omosessualità va considerata anormalità”. Commenti tutt’altro che isolati, come dimostra una sommaria ricerca nell’archivio del sito degli ultracattolici. “Io ho il diabete. Non mi offendo se qualcuno mi dice che sono malato, è la realtà. Bene, per quale motivo gli omosessuali si offendono se qualcuno, correttamente, parla di patologia?”, ha sostenuto Bruno in un’altra intervista. Per il docente è anche sbagliato essere eccessivamente tolleranti: “Una eccessiva tolleranza verso stati di anormalità, e l’omosessualità tale va considerata, ci porta alla conclusione che la gente si confonda e non capisca più cosa è il bene e che cosa è il male”.
Da medico e docente universitario (secondo il curriculum pubblicato on-line è professore straordinario presso l’Università degli Studi di Salerno e docente di psicopatologia forense e criminologia presso la “Sapienza” di Roma) non si fa neanche troppi problemi quando si tratta di attaccare l’OMS: “Quando i colleghi americani hanno sdoganato l’omosessualità dalle patologie, hanno fatto un grave danno e io sono contrario a quanto sostiene l’Organizzazione Mondiale della sanità. L’omosessuale, al quale va dato ogni rispetto, è clinicamente un malato, ovvero soffre di un disturbo patologico che lo altera. Inutile che questi signori vogliano convincerci che i normali siano loro. Ma sono sostenuti, parlo fuor di metafora, da lobbies potenti e forti”. Posizioni legittime, secondo l’Ordine dei medici, che, di fatto, ha respinto la denuncia presentata, nel 2009, da Arcigay.
La replica. Lo psichiatra, dopo le polemiche, precisa e si difende: “Io ho sempre detto che ho il massimo e assoluto rispetto per chi compie scelte di altro tipo rispetto al mio e naturalmente questo non implica nessuna malattia, ma secondo me è una condizione di diversità”. “Lungi da me – aggiunge – giudizi discriminatori o l’omofobia, ma contesto al mondo gay il tentativo di impedirmi di dire quello che penso”.
In serata l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), dopo aver ricevuto la segnalazione di Agedo e Arcigay, ha fatto sapere di aver avviato un’istruttoria sulle affermazioni di Bruno, tutte reperibili dal sito Pontifex.
Consigliere comunale leghista su Facebook: “Immigrati nei forni”.

Per gli immigrati “servono i forni”. Ne è convinto il consigliere comunale leghista di Albenga (SV), Mauro Aicardi, che ha condiviso il pensiero-choc all’interno di un gruppo su Facebook. A proposito di una lite in strada tra due marocchini, il consigliere – che in passato ha militato anche ne La Destra – ha voluto dare ragione a un cittadino che liquidava gli stranieri come “feccia bastarda”. Ad accorgersi dello “scivolone” del consigliere agricoltore è stato il circolo albenganese di Futuro e Libertà, che ha chiesto, oltre alle sue dimissioni, l’intervento immediato delle autorità: “Non si tratta solo di un’infame e già comunque di per sé gravissima offesa ma, è inutile sottolinearlo, siamo davanti ad istigazione ad odio razziale che, per il nostro ordinamento, rappresenta un reato perseguibile in termini di legge. L’autorità di pubblica sicurezza, con tutti gli strumenti informatici e tecnologici di cui dispone, risalirà ad esempio all’indirizzo Ip del terminale reale per verificare comunque chi è l’autore e da dove sia partito il commento”. La frase incriminata, a seguito delle polemiche, è stata rimossa (il consigliere si sarebbe anche scusato) mentre il sindaco di Albenga, Rosy Guarnieri (Lega), è scesa in campo in difesa del suo collega di partito: “Chi, come me, lo conosce da tempo sa che è una persona briosa e genuina, che per il suo essere spontaneo, magari sentendosi tra amici, esprime concetti, volutamente provocatori, il cui significato è del tutto diverso da quello percepito – ha dichiarato al sito Ivg. it – Non è un razzista, non è un violento: Mauro Aicardi è un ottimo marito e padre di famiglia, un bravo amministratore, un individuo leale e sincero che rispetta le idee di tutti coloro che rispettano le leggi. In un impeto di irritazione nei riguardi di coloro che delinquono, di chi con arroganza fa uso delle debolezze delle persone creando disagi sociali, ha usato un’espressione forte”.
Acca Larentia, stasera.

Fino a quando vedremo questi saluti romani (con annesse celtiche), non ci potrà essere una vera memoria condivisa, neanche per i morti.
Prof. negazionista indagato dalla Procura di Torino.
Hanno bussato alla porta della sua abitazione nel primo pomeriggio di ieri. Agenti della Digos di Torino e del compartimento della Polizia postale del Piemonte hanno notificato un avviso di garanzia a Renato Pallavidini, il docente che, su Facebook, ha minacciato di compiere una strage in sinagoga. L’ipotesi di reato è quella di istigazione all’odio razziale (secondo quanto previsto dalla legge 654).
Gli agenti, che si sono mossi su richiesta del procuratore aggiunto Sandro Ausiello, hanno perquisito per alcune ore la sua casa, sequestrando due computer, una pen drive e del materiale informatico. Obiettivo della Postale è quello di dimostrare che le deliranti affermazioni pubblicate sulla pagina privata del professore del liceo Massimo D’Azeglio siano partite proprio dai suoi computer.
La polizia richiederà, inoltre, a Facebook tutti i dati relativi al suo account: molti commenti incriminati sono stati cancellati dopo la pubblicazione della notizia su Repubblica.it, ma sarà possibile recuperarli nei server californiani del social network. Il professore avrebbe cercato di difendersi parlando di una “provocazione”. La prossima settimana è stato convocato in Questura, dalla Digos, per rispondere ufficialmente di quanto scritto su Facebook.
Sul suo profilo Facebook Pallavidini ha incitato al tiro allo straniero, all’applicazione dei metodi di Mengele, ma soprattutto all’ antisemitismo più sfrenato 1. Da diversi anni si serve del social network per esprimere quella che lui definisce “libertà d’espressione”. Nel 2007, quando insegnava in uno dei più prestigiosi licei classici torinesi, il Cavour, era stato denunciato da genitori, docenti, allievi, per le sue teorie negazioniste sui campi di concentramento e per aver offeso la memoria degli ebrei.
Il suo ritorno in un’aula scolastica, alla luce delle minacce e degli insulti contro ebrei, omosessuali, disabili e stranieri, appare comunque sempre più improbabile. Il direttore generale dell’ufficio scolastico del Piemonte, Francesco De Sanctis, ha già anticipato che “non tornerà ad insegnare”, perché, “nelle aule devono esserci professori equilibrati, e Pallavidini ha dimostrato di non esserlo”.
Un plauso alla magistratura arriva da Emanuele Fiano, deputato del Pd, che aveva preannunciato un’interrogazione al ministro dell’Istruzione, per chiedere la sospensione del docente, che è in malattia retribuita fino al 31 marzo 2012. “L’iniziativa dei magistrati di Torino è positiva e penso che ci siano gli estremi per riconoscere la legge Mancino”, spiega il parlamentare democratico, che vede una pericolosa analogia tra le affermazioni di Pallavidini e la recente strage di Firenze. “Il docente ha parlato di Gianluca Casseri e si è ricollegato a quel fatto – dice Fiano – Questo perché nel nostro Paese siamo di fronte allo sdoganamento delle peggiori idee razziste, non soltanto antisemite. Ci sono dei cani sciolti, appartenenti alle frange più estreme, che si sentono liberi di moltiplicare gli effetti delle loro idee su internet. Ricordiamo anche che questa persona fu difesa, nel ricorso al tribunale contro le due settimane di sospensione decise dalla sua scuola nel 2007, dal professor Claudio Moffa di Teramo, un altro docente noto per le sue tesi negazioniste”. E avvisa: “Non stiamo guardando un episodio unico: è l’ennesimo nodo di una rete di idee antisemite, razziste, negazioniste che si sta moltiplicando. Troppo”.
Colpa anche della legge Mancino, secondo Aurelio Mancuso, presidente di Equality: “Una legge monca, che andrebbe rafforzata e collegata all’articolo 19 del trattato di Lisbona, in cui si fa riferimento alle discriminazioni per genere, età, orientamento sessuale, disabilità, credo filosofico e religioso, provenienza”. Il problema è tutto di natura politica: “Negli ultimi 20 anni – osserva Mancuso – la destra che è andata al governo, a parole ha abiurato i valori del fascismo, ma nei fatti ha permesso la nascita di un arcipelago di gruppi e sigle che sono stati addirittura aggregati nelle elezioni locali”.
Il risultato è che l’Italia, secondo Marcello Pezzetti, storico dei campi di concentramento e direttore del Museo della Shoah di Roma, “sta diventando il paradiso per negazioni e neonazisti”. L’Ugei (Unione dei giovani ebrei), tramite il presidente, Daniele Massimo Regard, esprime apprezzamento per l’intervento tempestivo disposto dal ministero dell’Interno e dalla Procura: “Per noi è un motivo di grande soddisfazione. Il negazionismo è una pianta malata che deve essere estirpata e per questo abbiamo il dovere di restare sempre in allerta”.
Prof. neonazista, politici e comunità ebraiche: “Va sospeso”.
A poche ore dalla pubblicazione della notizia dei deliri antisemiti e xenofobi di Renato Pallavidini, docente di storia e filosofia in un liceo classico torinese, la Procura ha aperto un fascicolo, incaricando la Digos di svolgere tutte le indagini del caso. Oggi pomeriggio, inoltre, il docente, che sul suo profilo Facebook ha insultato e minacciato ebrei, omosessuali, immigrati e disabili, è stato convocato negli uffici della Questura. Qui dovrà spiegare perché sia arrivato a paventare la possibilità di fare una strage in sinagoga, usando la sua pistola, oppure perché abbia invitato i suoi amici a giocare al “tiro a segno” con alcuni immigrati che stazionano nei pressi della sua abitazione. Affermazioni che hanno comprensibilmente suscitato la reazione delle comunità ebraiche ma anche di una parte del mondo politico. Tutti concordi nel sostenere la necessità di sospendere definitivamente dall’insegnamento Pallavidini, che, attualmente, è in malattia (fino al prossimo mese di marzo).
Il primo a prendere posizione, via Twitter, è Walter Veltroni, antesignano – da sindaco di Roma – dei viaggi della Memoria. “Un negazionista che vuole la strage degli ebrei e invoca Mengele per punire le donne di ‘se non ora quando’ sembra un po’ in contraddizione. Spero che il Ministro Profumo, oltre alla magistratura, si occupi dei minacciosi propositi di questo ‘professore’”. Una posizione che trova d’accordo il collega del Pd, Emanuele Fiano, che preannuncia un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Istruzione: “Quelle di Pallavidini sono minacce che non vanno sottovalutate. Mi auguro che il ministro intervenga al più presto e che il suddetto personaggio venga estromesso per sempre dall’insegnamento perché è evidente che tra la propaganda all’odio razziale e la possibilità di insegnare ai ragazzi la storia e il pensiero dell’umanità esiste un conflitto impossibile da superare”.
Su Facebook, Paola Concia si chiede perché Pallavidini “non sia stato ancora licenziato e arrestato”. Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche e Beppe Segre, presidente della comunità ebraica di Torino, in una nota congiunta ricordano quanto sia importante, a partire proprio dalle scuole, “tramandare il senso più autentico della Memoria, analizzare i meccanismi dell’odio predisposti da uomini contro uomini affinché essi non abbiano più a ripetersi”.
“Desta molta preoccupazione il fatto che un docente di un noto liceo classico torinese utilizzi il mondo dei social network, nello specifico Facebook, per pubblicare materiale fotografico di chiaro stampo neonazista e indirizzare inequivocabili minacce verso ebrei, omosessuali, disabili e immigrati – scrivono Gattegna e Segre – Esprimere con forza la condanna e il biasimo degli ebrei torinesi e italiani è quasi pleonastico tanta è l’infamia, l’aggressività e la violenza verbale vomitata nella rete da questo presunto ‘maestro di vita’”. L’auspicio è che d’ora in poi tale individuo, oltre a subire un regolare processo che ne accerti le responsabilità, sia finalmente messo in condizione di non poter più nuocere ai giovani, né all’interno di una qualsiasi aula italiana né sulla rete”.
“Ancora una volta dobbiamo constatare che purtroppo il negazionismo vive nelle nostre scuole come nei nostri atenei – osserva il presidente dell’Ugei, Daniele Massimo Regard – Non siamo disposti ad abbassare la testa e ad ignorare le ‘gestà di questi personaggi. Non ci fanno paura, né oggi né mai. Chiediamo al ministro dell’Istruzione di intervenire e sospendere definitivamente il signor Pallavidini dal suo incarico”.
Affermazioni, quelle di Pallavidini, che non stupiscono Stefano Gatti, ricercatore dell’Osservatorio sul pregiudizio antiebraico della Fondazione CDEC di Milano, ben consapevole del fatto che, in Italia, “negli ultimi anni l’antisemitismo, di cui il negazionismo è ormai magna pars, si è fatto sempre più attivo e aggressivo”. Il problema, secondo Gatti, è che “la pericolosità di personaggi come Pallavidini non viene presa nella giusta considerazione. Recentemente c’è stato il caso Casseri, ma prima c’era stato l’omicidio/suicidio di Stefano Anelli, noto saggista ‘cospirativista’. Purtroppo si tende a presentare questi personaggi come degli eccentrici e basta”.
Il comitato “Se non ora quando”, insultato dal professore (secondo il quale le donne che manifestano dovrebbero “essere deportate nei lager”) replica con Francesca Izzo: “Non ci sono davvero commenti. Penso che le autorità scolastiche dovrebbero intervenire. Una persona che fa determinate affermazioni, mi sembra assolutamente inadatta a svolgere la funzione di docente”.
Quanto a Pallavidini, sulla sua pagina Facebook, dove continua a raccogliere i complimenti di giovani neofascisti, ha voluto ringraziare “tutti i camerati per la loro solidarietà”. “Volevo togliere il mio profilo da Facebook, ma ho deciso di perseverare. Il contatto fra di noi è troppo prezioso da regalare alla manovalanza sionista che ci spia”, ha scritto il docente.





